Renzi è il liquidatore del Pd Senza idee il partito implode

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21 luglio 2017 di Massimiliano Amato

Fornisce diversi – e interessanti – spunti di analisi politica l’ultimo sondaggio diffuso da Ipr Marketing sulle intenzioni di voto a metà luglio. Emerge anzitutto che, allo stato, qualunque sarà la legge elettorale, a risultati acquisiti il Capo dello Stato avrà difficoltà serissime a dare l’incarico.  Se la rilevazione dovesse trovare conferma, Matteo Renzi non potrebbe accampare alcuna rivendicazione. L’eventuale 24% ne farebbe il vero, grande, sconfitto delle elezioni. E non ci sarebbe inciucione che tenga: il segretario del Pd sarebbe bruciato anche come “esploratore” per un esecutivo di Grande Coalizione.  Secondo la prassi costituzionale Luigi Di Maio, a quel punto leader del partito di maggioranza relativa, avrebbe i numeri perché Mattarella possa chiedergli di provarci. Ma i numeri (28-29%) sono un conto, tutt’altro sono le condizioni politiche. Geloso della propria “diversità” il M5S infatti non si allea con nessuno. Ci avvieremmo mestamente, quindi, all’ennesimo governo presieduto da un tecnico. Appeso agli umori fluttuanti di maggioranze a geometrie variabili e, soprattutto, privo di qualsiasi autorevolezza politica per interloquire con l’Europa su immigrazione e politica economica. Anche la modestissima ripresa che ci vede protagonisti in questi mesi preelettorali rimarrebbe priva di effetti.

A fronte di questo quadro, deprimente per l’oggi e il domani, Matteo Renzi, pare perso in un labirinto, nel quale è stato condotto da un mix micidiale di superficialità, arroganza , supponenza, inaffidabilità, cinismo. L’impressione è che chi non vota Pd non lo consideri un avversario da battere, ma un nemico da eliminare. Ha un bel chiedersi Recalcati da dove proviene tanto odio. Il dato di fatto è che Renzi ne è diventato una sorta di catalizzatore. Ora, l’antipatia sarà anche una categoria prepolitica ma il suo opposto, la simpatia, è elemento essenziale per lo sviluppo di una equilibrata dialettica tra le forze in campo in una democrazia matura.  Perché è alla base del sentimento di fiducia che l’elettore deve provare per chi lo rappresenta, ma anche (e soprattutto) verso chi non lo rappresenta. Il problema è che l’odio che Renzi attira su di sé ci sta conducendo ad un nuovo default di sistema. Con la crisi del Pd e quella della democrazia italiana che arrivano paradossalmente a coincidere.

La seconda impressione che suscitano i dati del sondaggio riguarda la natura del consenso che si dirige  verso il partito di Renzi. La percezione è che quel 24% cominci a delimitare, pur con qualche approssimazione, l’area del potere. Privo di un progetto strategico e di una visione di società che non sia ricompresa nella lettura acritica della globalizzazione neoliberista, il Pd si è ridotto ad essere il partito dei ministri e dei sottosegretari, dei presidenti di regione, di provincia, dei sindaci, degli assessori, delle cariche di sottogoverno. Una sorta di Democrazia Cristiana ex post. Senza però gli slanci ideali, la complessità culturale, il radicamento sociale, la problematicità e la visione del partito dei cattolici democratici. Alla sua sinistra si è andato coagulando un fronte composito che raggiunge a mala pena il 10%. Un dato che non è anomalo rispetto al panorama europeo, all’interno del quale la crisi dei partiti riformisti è lacerante. La Spd in Germania, diventata una stampella dei governi centristi della Merkel, va incontro ad un’altra batosta alle elezioni di settembre ma Die Linke non valica, nei sondaggi, l’8%. Viceversa in Francia, la dissoluzione del Ps è stata compensata dalla performance di Melenchon, e in Grecia Syriza ha fagocitato il Pasok.  Fanno eccezione i socialisti portoghesi e il Labour. Ma i primi crescono nel gradimento popolare perché, alleandosi con la sinistra radicale, hanno imboccato la strada di coraggiose riforme sociali che permettono al Portogallo di crescere alla media del 2-3% all’anno. E il Labour, rivitalizzato dalla cura Corbyn, gioca ormai con la May come il gatto con il topolino. Pronto ad allungare la zampata che potrebbe riportarlo ad essere maggioranza nel Paese.

Orizzonti che sembrano preclusi a questo Pd, infiacchito, già vecchio e superato nello schema costitutivo. Con un leader che, anziché traghettare nel futuro una comunità scossa e disorientata, va sempre più caratterizzandosi come un possibile, pericoloso, commissario liquidatore.

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