La democrazia è una lunga veglia, Forza Nuova finge di non capirlo

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8 settembre 2017 di Massimiliano Amato

E’ assai probabile che l’annuncio di Forza Nuova di celebrare il 95esimo della marcia su Roma rimanga solo un’intenzione. Tuttavia, attenzione a considerarlo una boutade di fine estate. Ci sono molte buone ragioni per ravvisare in questa iniziativa alcune pericolose tendenze in atto da qualche decennio nella società italiana, che fanno pensare ad un deterioramento del Dna democratico. Non è un problema di ceto politico, o almeno non solo: il processo investe in pieno la comunità nazionale, in molte sue articolazioni. Al punto che viene da farsi una domanda: quanti italiani, oggi, sono disposti a considerare la Guerra di Liberazione dal nazifascismo il mito fondativo dell’Italia nata nel biennio ’45-’47? Probabilmente molti meno di quanti fossero una trentina d’anni fa, al culmine di un altro trentennio in cui il sentimento resistenziale, con le sue impegnative ricadute, si era fatto senso comune. Non un’ideologia, come apoditticamente cerca di sostenere qualche storico revisionista, ma il cemento stesso del patto costituzionale. Sarebbe ingenuo pensare che i ragazzotti di Forza Nuova provengano da Marte. Tutt’altro: si sono formati in una temperie molto diversa da quella in cui sono cresciuti i loro padri. Il punto è che, sfilacciandosi progressivamente, la democrazia italiana si è allontanata sempre più dal suo punto di origine morale. Rintracciabile in quel moto di rabbia lucidissima, consapevole e razionale, che tra l’8 settembre 1943 e l’aprile 1945 spinse centinaia di migliaia di italiani – moltissimi non inquadrati nei partiti antifascisti – a ribellarsi all’invasore tedesco e a chiudere definitivamente i conti con il regime nato dalla marcia su Roma (che, detto per inciso, il cavalier Benito Mussolini aveva fatto al caldo di un vagone letto). Potevano, quegli italiani, fregarsene, accettare la tremenda nemesi che si stava abbattendo su una nazione in completo disfacimento. Decisero l’opposto, costruendo con la loro lotta quel “sentimento”, al quale dopo l’aprile 1948 furono messe le briglie per mero calcolo politico. Fino al 1955, la Liberazione non fu festeggiata, se non dalle organizzazioni ex partigiane (anche e soprattutto “bianche”, in palese contrasto con i governi centristi dell’epoca) e dai partiti di sinistra. Fu una censura applicata da classi dirigenti che non avevano paura del passato, ma del presente e del futuro: nell’azionarla, si caricarono la responsabilità di oscurare uno dei tratti identitari fondamentali della nuova Italia. I decenni successivi, quelli della cosiddetta “retorica resistenziale” secondo tendenze revisionistiche recenti, hanno ricostruito il mito fondativo. E per un periodo abbastanza lungo il 25 Aprile è stato, per l’Italia, ciò che da più di due secoli il 14 Luglio rappresenta – pacificamente – per la Repubblica di Francia. L’iniziativa di Forza Nuova – che introduce un interessante problema filosofico: quello di una democrazia che, mettendo una distanza sempre maggiore tra sé e alcuni dei presupposti essenziali sulla quale è stata costruita, arriva per paradosso ad essere più inclusiva, inglobando forze radicalmente antagoniste ad essa – s’inserisce in un clima che, pur diverso da quello del periodo ’48-’55, produce gli stessi effetti. Allora furono le ragioni della Guerra Fredda a orientare la scelta dell’oblio; oggi, è radicalmente messo in discussione un paradigma a lungo condiviso. Le celebrazioni della Liberazione sono stanchi rituali, che la narrazione dominante tende sempre più a far passare per reunion di nostalgici (altro, anche se non meno pericoloso, è il folklore delle messe in memoria del duce che si celebrano negli stessi giorni); l’Associazione partigiani è attaccata un giorno sì e l’altro pure; periodicamente riaffiora il tentativo di equiparare i repubblichini di Salò ai partigiani. E solo grazie allo spirito repubblicano di un Grande Italiano, il Presidente Ciampi, è stata ripristinata la Festa della Repubblica. Mentre, a meno di quattro mesi dalla ricorrenza, non risultano programmi e iniziative speciali per ricordare, il 1° gennaio, il 70esimo dell’entrata in vigore della Costituzione. L’atto, piaccia o meno ai ragazzi di Forza Nuova che ne stanno fuori, da cui ha origine il Paese in cui viviamo. Noi e loro.

Nella foto: Sandro Pertini proclama lo sciopero generale a Milano il 25 Aprile 1945

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