Il riformismo, la sinistra e i “responsabili” di Franceschini

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8 febbraio 2017 di Massimiliano Amato

Dal tardo Ottocento e per buona parte del Novecento la dicotomia è stata Sinistra vs Destra; poi, ci siamo acconciati a Progressisti vs Conservatori; quindi abbiamo accettato Riformisti vs Moderati. Per chiudere con Europeisti vs Nazionalisti. In futuro, secondo Dario Franceschini, ministro della Cultura dei governi Renzi e Gentiloni, e esponente di primo piano del Partito democratico, la contrapposizione sarà tra Responsabili e Populisti (attenzione alle maiuscole). Nulla di nuovo sotto il sole: è una stanca riproposizione dell’eterna corsa verso il centro che ha snaturato completamente il concetto di sinistra non solo in Italia. Riducendo il Partito del socialismo europeo (Pse) ad un guscio vuoto. Così, analizzandola nel lungo periodo, la sinistra assomiglia sempre più, per usare un paragone calcistico, a quelle squadre che iniziano la partita occupando la metà campo avversaria, ma poi piano piano si abbassano, indietreggiano il proprio baricentro, fino a concludere il match asserragliate nella propria area di rigore.

Filippo Turati, considerato da quasi tutti gli storici (tranne, forse, la buonanima di Gaetano Arfé, che lo aveva studiato bene) il padre del riformismo socialista, non si definì mai riformista. In realtà era un marxista, così come marxista era Giuseppe Saragat, il più “moderato” dei socialisti della sua generazione. La storia scritta per categorie prestabilite spesso conduce alla banalità del luogo comune. Se ci fermiamo alla dicotomia rivoluzionari/riformisti, non possiamo non riconoscere che, dal ’44 in poi, il fino a quel momento rivoluzionario di professione Ercole Ercoli, al secolo Palmiro Togliatti, diventa un riformista. Operazione che non riuscirà mai, per esempio, a Pietro Nenni, che per tutta la sua lunghissima vita politica (più di 70 anni da protagonista sulla scena), pur rinnegandola formalmente, si muoverà sempre (e per di più inconsapevolmente) all’interno della prospettiva leninista della conquista del potere (l’ingresso nella “stanza dei bottoni”). Per cambiare, si diceva una volta, “i rapporti di produzione”. Per amor di paradosso, più riformisti di Nenni erano addirittura gli “estremisti” Lelio Basso, Raniero Panzieri, Vittorio Foa. Per non parlare di Riccardo Lombardi e Antonio Giolitti, questi ultimi teorici massimi delle “riforme di struttura”. Di struttura, appunto: termine marxista. Riformista è stata tutta la classe dirigente del Pci nell’età repubblicana, come ha spiegato in un recente saggio Emanuele Macaluso. E, nella seconda parte del XX secolo, i Mitterrand in Francia, i Craxi in Italia, i Soares in Portogallo, i Brandt (e epigoni) in Germania, i Palme in Svezia e i Gonzales in Spagna, con toni e accenti diversi, hanno stabilmente mantenuto la barra in quella direzione. Mettendo al riparo la sinistra europea dagli effetti del crollo epocale del blocco sovietico. Insomma: finché la sinistra non ha abbandonato l’orizzonte della costruzione di un mondo migliore (non più il migliore dei mondi possibili, ma un mondo migliore, appunto) tutto è rimasto nella fisiologia di processi storici ben individuabili e precisi: da una parte un movimento tendenzialmente anticapitalista, dall’altro una destra liberista, mercatista a oltranza, indifferente ai principi di uguaglianza sostanziale e di giustizia sociale.

Ma poi, sull’onda della globalizzazione dei mercati e dell’economia, sono arrivati la “terza via” di Giddens, il blairismo, il clintonismo e, in Italia, fenomeni di risulta, imitativi, come il veltronismo, la sinistra del “ma anche”, l’incontro e la fusione con gli eredi della Dc. E, infine, il renzismo, che è riuscito a riassumere in sé tutte le degenerazioni di questo processo di lungo periodo. Una sorta di “sintesi finale”. Nel frattempo, pur prendendo negli anni diversi aspetti (l’ultimo, il populismo di chiara impronta xenofoba), la destra è rimasta quella di sempre. La sortita di Franceschini è tutta compresa nella dimensione dello snaturamento di cui si parlava all’inizio, una cultura e un modo d’essere della sinistra del terzo millennio che si è sovrapposta alla cultura e alla pratica riformista novecentesca. Egli parla di “responsabili” perché gli fa orrore la prospettiva “socialista” di superamento degli assetti economici e di potere esistenti. Parla di “responsabili” perché il lessico di questi sedicenti innovatori, che hanno portato la sinistra a dire, pensare e fare (vedi il Jobs Act, la Buona Scuola, il tentativo, fortunatamente sventato a furor di popolo, di deformare della Costituzione Repubblicana) le cose che abitualmente dice, pensa e fa la destra, si è lentamente ma irreversibilmente usurato. E’ molto probabile, però, che siamo solo alle tradizionali comiche finali, propedeutiche all’implosione completa del Pd. Partito che fin dall’atto fondativo si è collocato in una sorta di “terra di nessuno” tra i concetti tradizionali di destra e sinistra, e adesso ne paga le conseguenze. Adesso che in Francia con Benoìt Hamon, in Gran Bretagna con Jeremy Corbyn e perfino nei “refrattari” Stati Uniti con Benny Sanders la sinistra, per riguadagnare il terreno perduto a vantaggio dei populismi di nuovo conio e nel tentativo di lasciarsi alle spalle un trentennio di elaborazioni sbagliate, si sforza di riconnettersi alle sue radici storiche. E, per quello che si sta muovendo anche nella politica, nella società italiana e soprattutto all’interno del partito di cui egli è autorevolissimo dirigente, le elucubrazioni fuori tempo massimo di Franceschini appaiono già consumate e in via di rapidissima archiviazione.

3 thoughts on “Il riformismo, la sinistra e i “responsabili” di Franceschini

  1. Giuseppe Cacciatore ha detto:

    Ottima e sintetica (la buona sintesi del giornalista serio) ricostruzione che condivido a pieno. Avrei qualche dubbio sul marxismo di Saragat. Nessuno invece sul leninismo di Nenni, intendendo il leninismo come la prassi spregiudicata della presa del palazzo d’inverno. Credo che non dobbiamo lasciarci sfuggire l’occasione che può essere una delle ultime (parlo per me che oltrepassato i 70) di “resuscitare” lo spirito del socialismo democratico e riformista (nel senso che ad esso fu dato dal PSI del primo centro sinistra e che i comunisti e i psiuppini non seppero cogliere). Forse se Morandi, Luigi Cacciatore e Basso fossero vissuti di più, avrebbero colto ed appoggiato il significato del riformismo strutturale. Per quanto riguarda l’Italia siamo ancora una volta appesi al carro europeo, nel senso che dobbiamo sperare in una resurrezione del socialismo spagnolo, francese, tedesco e inglese. Forse solo allora il PD si risveglierà dal letargo opportunista e dalla sbandata leaderistico-populistica. Ma per adesso sono pessimista. Mi hanno detto, ma non trovo la notizia, che Renzi si sarebbe congratulato col candidato alla presidenza francese il rottamatore Macron e non con quello socialista. Nessun commento!

    • Massimiliano Amato ha detto:

      Grazie prof. Sono meno ottimista di voi su un possibile affrancamento del Pd dalla sbandata leaderistico – populista. Credo anzi che quel che sta succedendo in Europa potrebbe accelerare l’implosione del progetto. Quanto all’appoggio a Macron, è vero: e questo fatto testimonia da solo la strumentalità molto spregiudicata con cui, un paio di anni fa, Renzi portò il Pd nella famiglia del socialismo europeo. Fu un blitz che non aveva niente di sincero: ora abbiamo la prova.

  2. Giuseppe Cacciatore ha detto:

    Si hai proprio ragione. La decisione di portare il PD dentro il gruppo parlamentare europeo dei socialisti serviva a tacitare le sia pur flebili vampate di rosso antico che ogni tanto agitavano il cuore degli ex PCI.

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