La frode elettorale

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31 marzo 2016 di Massimiliano Amato

Non fosse viziato ab origine da chissà quanto attendibili calcoli elettorali individuali e da furbizie levantine finanche troppo evidenti, lo spappolamento del centro-destra salernitano in vista delle elezioni amministrative di giugno costituirebbe un caso da studiare nelle università. Per investigare scientificamente come sia stato possibile che una situazione di sostanziale congelamento della vita democratica abbia portato, nel lungo periodo, ad un’accelerazione perfino esagerata nella dinamica di selezione della rappresentanza politica, presumibile causa prima della spropositata proliferazione di candidature a sindaco. Ma proprio di questo si è trattato e si tratta? Cioè: dobbiamo ritenere che, tra le pieghe dell’assenza di una qualsiasi forma di dibattito pubblico, siano nate soggettività così forti da produrre un incremento esponenziale delle ambizioni personali, e causare l’attuale frantumazione, a un certo punto diventata inevitabile e ingestibile unitariamente? E ancora: le spaccature hanno arricchito la dialettica politica cittadina, liberando energie e nuove voci? Sappiamo tutti che non è così. E che le divisioni, più che il perimetro di una drammatica diaspora culturale, che pure avrebbe una sua grande nobiltà, delineano i contorni di una mezza truffa in danno dell’elettorato d’area. In rigoroso ordine alfabetico: Raffaele Adinolfi, Gaetano Amatruda, Antonio Cammarota, Gianluigi Cassandra, Roberto Celano, Marco Falvella e Antonio Iannone propongono la propria candidatura a primo cittadino perché, alle condizioni date (con il pronostico chiuso, cioè, che assegna fin da ora la vittoria al candidato sindaco del Pd, o delle civiche che ad esso fanno riferimento) è l’unica maniera per diventare (o sperare di diventare) consigliere comunale. D’opposizione, per giunta.  In pratica, chiedono il voto per una cosa, ma hanno in testa tutt’altro. Hanno già rinunciato a combattere, ancor prima che sia iniziata la guerra. Si sono fatti (almeno quelli accreditati di una certa consistenza elettorale) un po’ di conti e hanno concluso che, per agganciare (o per alcuni di essi conservare) uno scranno (in realtà uno strapuntino) nel bellissimo Salone in cui si riunì il primo governo dell’Italia liberata dal nazifascismo, non sarebbe bastato proporsi come semplice capolista. Era necessario puntare, solo formalmente s’intende, all’obiettivo grosso. Ora si dà il caso che questo espediente tradisca, in maniera anche abbastanza pacchiana (con modalità da venditore di tappeti per intenderci), non solo lo spirito e la lettera dell’elezione diretta del sindaco, ma gli elettori stessi. Pur con tutti i suoi limiti (molti dei quali alla base della gravissima crisi democratica che attraversiamo da anni) la legge del ‘93, infatti, nello stabilire un rapporto più diretto tra governati e governante (unico), in qualche modo sacralizza la figura del primo cittadino. Ponendola su un piano completamente diverso da quello occupato dai consiglieri comunali. E’, in questo senso, una legge estremamente (e rigorosamente) garantista verso il corpo elettorale. Il cui voto è finalizzato, non generico. L’elettore lo esprime perché il prescelto vada a svolgere la funzione per la quale ha presentato la propria candidatura: tant’è vero che sono previsti due voti, uno per il sindaco e uno per il consiglio comunale, e possono anche non essere collegati. Non si scappa. Tutto ciò che è fuori da questa logica, o si mette apertamente contro di essa, porta a configurare quella che, in campo commerciale, sarebbe una frode. Punto. Ma c’è di più. Se raggiungeranno il loro scopo, i sette cavalieri dell’Apocalisse abbattutasi sul centro-destra salernitano (sette! Primato mondiale difficilmente eguagliabile) ovviamente non si dimetteranno (lo facessero, ripristinerebbero la logica violata) e faranno i consiglieri comunali. Ora, a meno di convergenze postume a questo punto piuttosto improbabili, ognuno di loro farà gruppo a sé. Pertanto, nell’ipotesi in cui ce la facessero tutti e sette, in consiglio comunale avremmo sette opposizioni diverse di centro-destra. E ognuna sceglierebbe in autonomia il comportamento da mantenere verso la maggioranza. Inutile aggiungere che a tutto ciò sarebbe legato il rischio concreto di un aumento dei trasformismi che, anche nell’ultima consiliatura, hanno prodotto diversi cambi di casacca. E in questo senso il big bang del centro-destra s’incrocerebbe a meraviglia con un virus sistemico della vita pubblica salernitana. Dandogli ulteriore alimento. Il virus del consociativismo endemico, che fa di questa città un caso praticamente unico in Italia da ormai un quarto di secolo.

MASSIMILIANO AMATO

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