Il doppio calcolo di Renzi

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23 marzo 2016 di Massimiliano Amato

La scelta del Pd di validare il risultato delle primarie napoletane, ribadita oggi da quella specie di Cassazione interna che è il comitato nazionale dei garanti, risponde ad un doppio calcolo di Renzi. Il primo da presidente del Consiglio, il secondo da segretario del partito. Sullo sfondo, un’unica necessità: eliminare dal novero delle eventualità che il Pd torni alla guida della terza città italiana. Rigettando i ricorsi (sacrosanti) di Bassolino e dando via libera alla Valente il Renzi capo del governo chiude a doppia mandata in cassaforte la sconfitta alle amministrative di giugno. Cioè la rende definitivamente inevitabile dopo che, largamente annunciata da tutti i sondaggi eseguiti prima che partisse la corsa per le primarie, è stata messa seriamente in discussione dalla bella campagna condotta dall’ex governatore. Rivelatosi capace in poche settimane di riavvicinare al partito e al centrosinistra buona parte dei mondi che se ne erano distaccati negli ultimi anni. Per l’inconsistenza del personaggio, tenuto in vita solo da un patto tra alcuni capibastone periferici e qualche azzimata espressione della parte più opaca del partito napoletano (sulla quale gravano i sospetti più densi di aver inquinato due primarie: nel 2011 e il 6 marzo scorso; impresa non riuscita in quelle per la presidenza della Regione del 2015 solo perché dall’altra parte, sul ring, c’erano i salernitani, consumati e insuperabili maestri della contraffazione), ci sono più possibilità che, appositamente trasferito, un pinguino riesca decentemente a sopravvivere ai Tropici che la Valente agganci non la vittoria, ma almeno l’accesso al ballottaggio. E Renzi può precostituirsi un alibi perfetto per disinteressarsi di Napoli come presidente del Consiglio. Per tentare (solo tentare) di risollevare la città dal baratro in cui l’ha ulteriormente spinta l’amministrazione arancione di Luigi de Magistris, infatti, occorrerebbe uno sforzo straordinario del governo nazionale. Un trasferimento massiccio di risorse finanziarie, che l’esecutivo non ha, stante lo stato di assoluta precarietà dei conti pubblici. E un impegno intenso per sciogliere tutti i nodi stretti al collo della città. Bagnoli in primis, dove l’invio del commissario Nastasi si è rivelata un’abile mossa tattica per costringere de Magistris a fare un po’ di ammuina (la cosa che gli riesce meglio), sì da lasciare le cose come stanno con il pretesto del contenzioso davanti a Tar e Consiglio di Stato. Con un’amministrazione a guida Pd a Napoli, l’aspirante illusionista di Palazzo Chigi verrebbe a trovarsi, insomma, in grandissima difficoltà. Come potrebbe giustificare il mancato soccorso ad un primo cittadino “amico”? Per farla breve: la sua immaginifica narrazione del Paese che sta recuperando il terreno perduto rischierebbe di accartocciarsi su se stessa. L’evanescente candidatura della Valente da un lato, e la scontata riconferma del primo cittadino “descamisado” dall’altro rappresentano due ideali polizze assicurative contro questo rischio. La prima non pensa minimamente di poter fare il sindaco di Napoli. Al secondo, invece, basterà replicare il quinquennio che si sta concludendo (compresa, si capisce, la baggianata della “città derenzizzata”) per conservarsi funzionale ai disegni del premier. Il secondo calcolo, quello di Renzi capo del partito, è un po’ più azzardato. Dalla miserabile vicenda delle primarie napoletane Bassolino esce trionfatore nella pubblica opinione, napoletana e nazionale. Ha riconquistato l’onore perduto. Ora la sua immagine è molto prossima a quella che lo portò alla conquista di Palazzo San Giacomo nel ’93, e deve ringraziare di ciò i suoi maldestri avversari interni, vecchi e nuovi. Ma è innegabile che il Pd se ne frega di tutto ciò e continua a mortificarlo. La scelta di Renzi, che capisce solo di rapporti di forza avendo la politica (quella vera) a noia, è orientata verso relazioni preferenziali con i potentati periferici. In buona sostanza, al segretario basta che il Pd tenga elettoralmente nei territori extranapoletani, innanzitutto a Salerno, dove pure il simbolo del partito non compare nemmeno sulla scheda elettorale per le amministrative. Ma quelli saranno voti sicuri alle Politiche. E’ uno spostamento storico del baricentro o, se si preferisce, il certificato di morte del cosiddetto “napolicentrismo”, di cui Bassolino è stato per circa un ventennio un simbolo indiscusso. Delle nuove alleanze a livello nazionale con verdiniani e cosentiniani, sulle quali si regge l’esecutivo nazionale, la Campania è stata, d’altronde, un laboratorio d’avanguardia, e il rottamatore questo lo sa bene. Tanto è vero che ha disinvoltamente sorvolato sugli “aiutini” ricevuti dalla Valente da quegli ambienti, documentati dalla video inchiesta di Fanpage. Lo schema molto anomalo che sembra avere in mente Renzi, un Pd intorno al 10% a Napoli città e con percentuali superiori tutt’intorno, frutto della sommatoria dei voti ottenuti dai tanti “partiti personali” disseminati sui territori (Salerno l’esempio più clamoroso), riuscirà forse a garantirgli una tenuta complessiva in campo regionale. Ma poggia su basi politiche estremamente fragili. Che sarebbero spazzate via dallo tsunami che potrebbe scatenarsi con l’eventuale discesa in campo di Bassolino sull’onda del risentimento. Probabilmente siamo solo all’inizio di una lunga, estenuante, resa dei conti.

MASSIMILIANO AMATO

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