I “gemelli” del Pd

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6 aprile 2016 di Massimiliano Amato

A dieci mesi di distanza dall’insediamento del nuovo governo regionale, nei maggiori ospedali della Campania continua lo scandalo dei ricoverati in barella. Viaggiare anche solo per pochi chilometri a bordo delle puzzolenti e antidiluviane carrozze della Circumvesuviana o della Cumana, o di uno qualsiasi dei vettori controllati direttamente o semplicemente “partecipati” dall’amministrazione di Santa Lucia, comporta lo stesso indice di disagio fisico, igienico e spirituale di un viaggio in Transiberiana. Le ecoballe giacciono tuttora accatastate nei medesimi posti in cui le avevano lasciate le precedenti amministrazioni (non una, una sola, è stata spostata). E nella cosiddetta Terra dei Fuochi la gente continua ad ammalarsi di tumore, con forme rare che purtroppo hanno un’altissima incidenza tra la popolazione infantile. Le banlieue metropolitane, ma anche lo stesso centro antico di Napoli, sono sempre alla mercé di bande di gangster che si sparano addosso a tutte le ore del giorno e della notte, mettendo a repentaglio la sicurezza della popolazione. La terza città italiana, una delle capitali d’Europa nel Sette e Ottocento e tuttora faro di cultura e civiltà per l’intero Occidente, non riesce ad arrestare il proprio angosciante declino. Le altre aree della regione continuano (con rari guizzi di vitalità, subito frustrati dalle condizioni di contesto) a vegetare, periferiche e isolate, schiacciate da ataviche emergenze economiche e sociali all’origine di quella che è ormai una profonda e irreversibile crisi antropologica. Valga per tutti il dato, agghiacciante, relativo al sempre più rapido processo di spopolamento in atto, effetto del perverso combinato disposto tra il crollo della curva delle nascite e l’aumento dei flussi di emigrazione in uscita. Scappano non solo i “cervelli”, va via chiunque (giovani, ma anche meno giovani) voglia dare un senso e dignità alla propria vita. Al di là del fumo con la manovella della propaganda, azionata a colpi di tonitruanti conferenze stampa e immaginifici comunicati, non un solo cantiere è stato aperto nell’ambito della programmazione dei Fondi Ue 2014-2020. Non ci sono nemmeno i bandi. E per ogni giorno che passa aumenta esponenzialmente il numero degli inoccupati, dei disoccupati e dei nuovi poveri. Con interi settori produttivi che scompaiono progressivamente dalla mappa dell’economia regionale senza fare alcun rumore. Nel frattempo, il capo dello staff del governatore è saltato (qualche mese fa) sulla mina di una brutta inchiesta penale della Procura di Roma su presunti verdetti giudiziari “aggiustati” in relazione all’applicazione della legge Severino, e lo stesso governatore è indagato. Ciò non gli ha impedito, però, di promuovere, a cadenza fissa, infornate di nomine sulle quali è lecito sollevare almeno la questione dell’opportunità. Come quelle, al vertice della Soresa, del giudice che lo ha insediato nel luglio 2015 (aggirando la stessa legge Severino), e al Nusar (Nucleo per il supporto e l’analisi della regolamentazione), a 63mila euro lordi l’anno, di due assistenti universitari del professor Pier Luigi Petrillo, capo dell’Ufficio legislativo di Palazzo Santa Lucia. Per non parlare dei quattro vigili urbani salernitani, una sorta di “guardia scelta” o, se si preferisce, di “pretoriani”, ritrovatisi all’improvviso in posti di grande prestigio (e stipendio) quale quello di “responsabile dei rapporti tra la Presidenza della Giunta e quella del Consiglio”, o ancora di trait-d’union tra lo stesso governatore e i gruppi presenti nell’assemblea legislativa del Centro Direzionale. Insomma: dopo quasi un anno di governo Pd, nella migliore delle ipotesi la Campania si ritrova più o meno nello stesso punto in cui l’aveva portata Stefano Caldoro durante il quinquennio amministrativo più incolore, anonimo e insulso dell’ultraquarantennale Storia dell’istituzione regionale. Ma questo sarebbe già vedere il bicchiere mezzo pieno. Perché va facendosi netta l’impressione che, in realtà, sotto i nostri occhi distratti si sia prodotto un moto retrogrado che assume velocità e consistenza sempre maggiori ogni giorno che passa. Quando si parla di Pd in Campania sarebbe bene, dunque, tenere presente che è a tutto ciò che ci si riferisce. Perché un altro Pd all’infuori di questo non esiste. Almeno non qua. Ha tentato, pur con le riserve mentali e culturali del vecchio uomo di apparato, di indicare una strada alternativa Antonio Bassolino, candidandosi alle primarie di Napoli. Ma la sua proustiana rincorsa “alla ricerca del tempo perduto” ha avuto l’effetto di compattare ancora di più il fronte di potere che negli ultimi due anni si è creato tra la Campania e Roma, passando per Firenze. Oggi tra tutti i maggiorenti del Pd, vecchi e nuovi, il governatore della Campania è quello più affine culturalmente, politicamente, psicologicamente e spiritualmente, al segretario – premier. Sembrano due gemelli separati alla nascita. Dei dirigenti della vecchia guardia Pci-Pds-Ds-Pd, il campano è l’unico che abbia conservato una sorprendente prossimità al leader: tutti gli altri o sono apertamente all’opposizione, o si sono defilati. Ed è come se l’antropologia compiuta del renzismo si fosse realizzata qui, in Campania. Un miscuglio di arroganza, prepotenza e presunzione nonostante il fallimento dell’azione di governo, culto dell’immagine e comunicazione, banali semplificazioni e fortissima insofferenza per le regole (tutte le regole), e per la stessa democrazia. Dopo essersi a lungo annusati, a lungo diffidando reciprocamente, i due si sono presi. Trasportati dall’inerzia dello spregiudicato gioco delle alleanze a geometrie variabili di cui sono entrambi maestri. Ora pensano di essere fatti l’uno per l’altro. E in effetti lo sono. E lo saranno. Finché sconfitta politica, o tracollo elettorale, non li separerà.

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