Il Sud e l’eredità di Scarfoglio

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30 dicembre 2015 di Massimiliano Amato

Quando tra il 1900 e il 1903 la Regia Commissione d’inchiesta presieduta dal senatore Giuseppe Saredo sbarcò a Napoli per investigare sugli oscuri maneggi del sindaco Celestino Summonte denunciati dal giornale socialista La Propaganda, portando alla luce un perverso e mostruoso intreccio tra politica, affari e poteri criminali, il bel mondo politico – editoriale cittadino insorse, veemente. Il più importante giornalista dell’epoca, Eduardo Scarfoglio, distillò pagine su pagine di veleni contro il capo e i componenti dell’organismo d’indagine. Colpevoli solo di essersi affacciati sulla cloaca partenopea. Saredo venne descritto come uno iettatore, la sua indagine paragonata a un morbo pestilenziale e le migliaia di carte raccolte assimilate “a un mastodontico documento stercuziale”. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio del decennio successivo, in corrispondenza di un altro snodo cruciale della storia napoletana e meridionale, un trattamento abbastanza simile fu riservato alla Commissione Scalfaro, incaricata di far luce sugli scandali del dopo terremoto. Anche in quel caso, a parte poche eccezioni minoritarie per audience e numero di copie vendute (in pratica la sola filiera editoriale legata alla sinistra politica: da Dossier Sud a La Voce della Campania e, sul versante quotidiani, il Giornale di Napoli e le edizioni locali de l’Unità e Paese Sera), la parte “maggioritaria” del sistema dell’informazione locale, anziché pubblicare le notizie che pure venivano fuori copiose, partì all’assalto dell’organismo parlamentare. Queste due storie, benché “estreme” ma forse perciò stesso emblematiche, spiegano abbastanza bene quanto tuttora avviene sotto i nostri occhi. E cioè il ciclico materializzarsi del gravissimo, ormai irrecuperabile, deficit di interpretazione che una porzione abbastanza rilevante, anche se non si sa più quanto influente, del mondo giornalistico locale manifesta rispetto a quel groviglio di emergenze che siamo soliti definire questione meridionale. Del degrado urbano, del sottosviluppo delle aree interne, dell’arrembaggio dei poteri criminali, della spaventosa e perdurante emergenza economica, occupazionale e ambientale, dell’eterna regressione etica e civile prodotta da classi dirigenti che fanno sistematicamente scempio delle risorse pubbliche per accrescere il proprio potere a scapito degli interessi collettivi bisogna parlarne, sì. Senza però esagerare nei toni. Possibilmente bisbigliando, sotto voce. Ma soprattutto, ed è questo il cuore dell’anatema scagliato contro chiunque si azzardi ad uscire dai predetti canoni, evitando accuratamente di buttarla in politica. Ovviamente per non disturbare i manovratori di turno. Che erano Summonte all’inizio del Novecento e la Dc negli anni Ottanta, mentre oggi sono Renzi e gli assetti di potere locale. Sono bastati due articoli, uno di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere del 21 dicembre, l’altro di Eugenio Scalfari su Repubblica del 27 (ma in precedenza sullo stesso tema, e con gli stessi toni, si era espresso Gian Antonio Stella sul magazine del Corriere) per far tornare prepotentemente a galla questa strana forma di autismo interpretativo che punta a nascondere anziché rivelare. Che hanno scritto di tanto grave e compromettente Galli della Loggia, Scalfari, e aggiungiamoci anche Stella, per meritarsi l’appellativo di “ascari del pregiudizio”? In realtà, niente che non sia già stato analizzato, letto e denunciato da chiunque si sia sforzato, negli ultimi anni, di guardare all’agonia del Mezzogiorno da un angolo visuale indipendente e libero da qualsiasi condizionamento politico, editoriale e/o economico – imprenditoriale. Che il governo in carica, cioè, è totalmente assente sulla questione meridionale per manifesta insensibilità del suo capo e dei suoi componenti, che intanto la situazione precipita sempre più, che le responsabilità della politica sono tante ed enormi. Sul punto è stato perentorio il fondatore di Repubblica, che ha affondato il proprio affilatissimo bisturi nella piaga più purulenta di tutte. L’asfissiante presenza di un ceto politico formato da ras di aspirazioni, rilevanza e caratura locale che controllano le clientele in diretta connessione con il livello nazionale (e la Campania è il laboratorio più avanzato), né più e né meno come facevano, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, nelle campagne del Sud più estremo e arretrato i capi-bastone che guidavano le clientele dei latifondisti. Quel geniaccio di Gaetano Salvemini, socialista eretico, li definì, giustamente, “gli ascari di Giolitti”. La fotografia scattata da della Loggia, Scalfari e Stella è molto aderente alla realtà e inquadra bene ruoli e responsabilità. Per questo risulta assai indigesta a un pezzo importante del mainstream meridionale che ormai compete apertamente con la paccottiglia neoborbonica finto revisionista che fa risalire i mali del Mezzogiorno alle depredazioni garibaldine e piemontesi. Deriva inevitabile, visto che si continua a procedere per sottrazioni, approssimazioni, rimozioni interessate e assurde accuse di lesa maestà. Atteggiamenti che, sommati, si candidano a rappresentare, nel lungo periodo, un ulteriore aspetto del degrado civile, culturale e intellettuale del Sud, con l’informazione che, anziché aggredire il problema, diventa ineluttabilmente una parte di esso. Parafrasando Nietzsche, è l’eterno ritorno del sempre uguale: da Scarfoglio ai giorni nostri, niente di nuovo sotto il sole di Napoli e del Mezzogiorno.

MASSIMILIANO AMATO

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