Il triste crepuscolo del facente funzioni

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22 dicembre 2015 di Massimiliano Amato

Viviamo un tempo in cui sono le narrazioni a determinare la realtà e non viceversa. C’è quindi poco da stupirsi per  le immaginifiche, iperboliche cifre che accompagnano la pacchianata del plebeissimo lunapark natalizio salernitano. In cui di artistico c’è solo la capacità di propalare panzane: nel senso che chi le racconta lo fa a regola d’arte. Come quell’assessore, uno dei pochi (forse l’unico finora) almeno all’apparenza distante dall’antropologia del potere cittadino, che  ai microfoni della Rai, appena qualche giorno fa, ha avuto il coraggio di affermare che sono stati 800 mila i visitatori arrivati in città dall’inizio della sagra strapaesana (il Natale de noantri), il buon bisiniss di caldarrostai e venditori di cuoppi fritti e zucchero filato. Dividendo la cifra per il numero di giorni trascorsi dall’inaugurazione, si giunge alla conclusione che, fino a sabato scorso, ogni giorno sono arrivati in città circa 20mila visitatori. Ma quanti tra quelli che erano davanti al televisore in quel momento si sono presi la briga di fare questa semplicissima operazioncina aritmetica che smonta tutta l’entusiastica rappresentazione? E quanti sono andati a verificare l’altro annuncio del segaligno esponente della Giunta, ossia che la città sarebbe entrata di prepotenza tra le 15 mete turistiche natalizie più gettonate? La cosa, in realtà, non meritava nemmeno di essere raccontata,  non fosse stato per il risultato che le due frottole potrebbero aver involontariamente determinato: la nettissima flessione dei visitatori, spaventati dalla ressa, il giorno successivo, domenica. In filosofia la chiamerebbero eterogenesi dei fini, nel calcio autogol, nel marketing territoriale (che è la cosa che più interessa) effetto boomerang. D’altronde, l’edizione 2015 del lunapark segna, con ogni probabilità, una temporanea eclisse del modello. Falciato da polemiche al calor bianco, sollevazioni popolari via social media (e non solo) e, fatto questo che va approfondito, da potenti raffiche di fuoco amico. Sissignore. Fuoco amico. Nel senso che quest’anno il Natale de noantri ha tutta l’aria di essersi trasformato nel terreno sul quale è scattato un silenzioso, ma non per questo meno feroce, regolamento di conti interno al gruppo di potere cittadino. Non c’è nessuna interpretazione dietrologica nella constatazione che – dall’agitazione dei vigili urbani a certe ruggenti campagne di stampa troppo belle per essere vere (proprio così) – tutto ciò che è accaduto nell’ultimo mese e mezzo ha avuto un unico obiettivo dichiarato, o almeno così è parso. Mettere in difficoltà il facente funzioni. Farlo sentire inadeguato. Evidenziarne una metafisica irrilevanza. Additarlo alla pubblica opinione come il responsabile del movimento retrogrado della città, orfana del suo “Piccolo Padre”. Il quale in purissimo stile nord coreano (o cambogiano), completamente travolto da un eccesso di egolatria, ha cominciato a divorare tutto ciò che egli stesso ha creato ma che vede diverso da sé. Di qui la pretesa, da brividi, di stabilire una sorta di laica consustanzialità  – ma l’aspirazione è ovviamente al trascendente, al divino – nella trasmissione del potere, attraverso la creazione di un asse ereditario esclusivamente biologico. Il problema, naturalmente, è tutto del facente funzioni, che ha davanti a sé due strade. Assecondare questo lento ma sicuro scivolamento nella pochade, prologo di una rapida archiviazione della sua malinconica e incolore esperienza amministrativa. Oppure rispondere alle raffiche amiche sfruttando questi mesi di governo per uscire dall’angolo. Cavalcando, perché no, anche la retorica del lunapark. Magari, potrebbe cominciare firmando i manifesti semplicemente come “Sindaco di Salerno”. Senza quella doppia effe, “facente funzioni”, simbolo di una subalternità storica, psicologica ed esistenziale che rappresenta un insulto sanguinoso e intollerabile alla nobilissima tradizione culturale e politica dalla quale proviene.

MASSIMILIANO AMATO

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