Sea Park buco nero del Ventennio

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5 gennaio 2016 di Massimiliano Amato

Ora che anche la Procura s’è (finalmente) accorta delle tante morti sospette tra gli ex operai Ideal Standard, Dio non voglia che Salerno debba scoprire di aver avuto – nel silenzio complice di tutti e nella colpevole indifferenza di molti: istituzioni, enti previdenziali, organizzazioni sindacali e datoriali, autorità sanitarie – la sua Isochimica. Devastante. Anzi, se dovessero rivelarsi giuste le cifre riportate nelle scorse settimane da Le Cronache su segnalazione degli stessi lavoratori, la storia della fabbrica maledetta di Pianodardine incaricata di bonificare i vagoni delle Ferrovie dello Stato perderebbe, con il dovuto rispetto per le vittime, il suo primato di vicenda simbolo in Campania per i decessi da amianto. Sopravanzata, almeno sul piano dei numeri, dal caso salernitano. In Irpinia, dove lo scorso 17 novembre è cominciata l’udienza preliminare di un complesso procedimento penale che vede alla sbarra 29 imputati, tra cui l’ex presidente dell’Avellino Calcio e patròn dell’Idaff di Fisciano, Elio Graziano, l’attuale sindaco del capoluogo, Paolo Foti e il suo predecessore Giuseppe Galasso, le morti finora accertate sono 20 (ma i malati sono 237). A Salerno si parla del triplo: 60. Agghiacciante. Come tutto il resto. In testa alla speciale classifica degli orrori ci sono i sette anni occorsi perché l’Inail prendesse in esame le segnalazioni dei lavoratori . Sette anni. Un’era geologica, se rapportati ai rapidissimi tempi di decorso del mesotelioma pleurico, killer silente che s’insinua nei polmoni di chi è entrato in contatto con l’amianto, non lasciandogli scampo. Come hanno dettagliatamente raccontato i lavoratori in presa diretta ai cronisti del quotidiano salernitano, la storia ha origine dal cambio di destinazione d’uso dei suoli che per alcuni decenni, quelli del sogno industriale di Salerno, avevano ospitato l’azienda di servizi igienici Ideal Standard. Una “variante urbanistica” varata in un’epoca in cui, grazie al frequentissimo ricorso a questo strumento, la zona industriale cittadina venne trasformata in area prevalentemente commerciale. Per i suoli Ideal Standard, però, si decise (almeno sulla carta) di fare le cose in grande. Non il solito capannone pieno zeppo di cibarie a buon mercato, dispositivi tecnologici per il consumo di massa o cianfrusaglie di dubbia utilità e ancor minore valore economico. No: una volta smantellata la struttura, su quei terreni sarebbe dovuto sorgere un grande parco acquatico. Il Sea Park, appunto. Come in molti ricorderanno, dopo il solito fuoco d’artificio di magniloquenti annunci, tagli di nastro reiterati, pompose (e costose) conferenze stampa, la cosa finì come è finito circa il 90% delle opere pubbliche iniziate nell’ultimo quarto di secolo in città. E non c’è bisogno di specificarlo. I “compagni” arrivati dal Nord, davanti ai quali fu steso il red carpet d’ordinanza, si rivelarono un’accolita di adorabili pasticcioni, nella migliore delle ipotesi. Sulla peggiore (delle ipotesi), e cioè che potessero in realtà essere solo degli abili speculatori, o peggio ancora degli imbroglioni matricolati, sospendiamo ogni giudizio. Rimettendoci, ça va sans dire, alle serene valutazioni dei giudici del Tribunale di Salerno. Davanti ai quali è in corso un processo per reati che vanno dalla concussione al falso, all’abuso, alla turbata libertà degli incanti e altre piacevolezze simili. Processo che, tuttavia, marcia veloce verso la prescrizione. Per il sollievo (s’immagina) dei compagni piovuti dalle brume brianzole a miracol mostrare, di qualche sindacalista che non era riuscito a resistere al loro fascino scordandosi completamente che era là per tutelare i lavoratori e non i padroni, vecchi e nuovi e, dulcis in fundo, degli amministratori comunali. Ora, dentro quel garbuglio di interessi non tutti trasparenti, tentativi di speculazione, infedeltà istituzionali e chissà cos’altro ancora che la Procura cercò già una volta di districare, oltretutto spaccandosi e fornendo al Paese uno spettacolo indecoroso, si scopre che ci sarebbero stati anche i morti per amianto. Ma non solo: viene anche fuori che una vasta superficie della zona ex industriale di Salerno sarebbe profondamente e irreversibilmente inquinata. Per inciso, si pensi solo per un attimo a quello che sarebbe accaduto se l’affare Sea Park fosse malauguratamente andato in porto, con i visitatori del parco acquatico esposti a rischi micidiali. Sempre gli operai hanno raccontato che, dopo essere stati costretti a cedere al ricatto dei nuovi padroni (solo se avessero accettato di partecipare alla demolizione dei vecchi manufatti sarebbero stati assorbiti nella società del parco acquatico), furono utilizzati per interrare le scorie di amianto. Viene molto difficile trattenere l’indignazione per le vite (poche o molte che siano: non fa alcuna differenza, e ci mancherebbe) che sono state criminalmente spezzate. Sì, criminalmente: quando è partita questa operazione, l’accertata pericolosità della polvere d’amianto aveva già spinto l’Italia a dotarsi di una legislazione particolarmente restrittiva in materia di smaltimento. Da quei provvedimenti sono nati i processi di Casale Monferrato, a carico dei vertici Eternit, e di Avellino. Ma, soprattutto, è arduo scacciare la sgradevolissima sensazione che la vicenda Ideal Standard – Sea Park possa aver rappresentato il più grosso buco nero del Ventennio salernitano. Quasi un simbolo. Ovviamente negativo. Abbiamo sempre pensato (con qualche ragione) che dietro la cartolina della “città europea”, falsa come una moneta da tre euro, ci fossero solo un cumulo di finzioni e un’asfissiante propaganda, oltre che diversi e molto remunerativi affarucci per i soliti noti. Per la serie: sotto il vestito niente. Ora siamo autorizzati a sospettare che ci sia stato molto, molto di più. Per questo, la Procura sia inflessibile: i salernitani hanno il diritto di sapere se, oltre ad essere stati turlupinati, hanno subìto anche il più vigliacco e intollerabile degli attentati alla loro salute.

MASSIMILIANO AMATO

2 thoughts on “Sea Park buco nero del Ventennio

  1. Pepito Sbazzeguti ha detto:

    Era noto che lo stabilimento Ideal Standard di Salerno contenesse amianto oppure eternit, come del resto, tutti gli impianti produttivi costruiti alla periferia della citta’ negli anni sessanta. Era altrettanto noto che i predetti materiali furono nascosti dagli stessi operai dentro le vasche cosiddette di depurazione quando queste furono colmate coi detriti risultati dall’abbattimento di alcune pareti insite dell’opificio. Lo spettro della disoccupazione ci rese complici. Va ricordato che questi abbattimenti ed i correlati spostamenti dei detriti scaturitisi. non avessero nessuna utilità, se non, quella di tenere impegnati i lavoratori ex Ideal standard, poi sea farm e poi ancora, sea park . Soprattutto, era importante simulare una ripresa delle attività lavorative affinché si potesse accedere alla cassa integrazione per ristrutturazione. Gli operai dell’Ideal Standard e in generale gli operai delle fabbriche dell’area industriale di Salerno sono stati maltrattati, abbandonati a se stessi, tant’e’ che la normativa sull’amianto e i vantaggi comportati dall’applicazione della stessa ha tutelato certune corporazioni potenti che probabilmente l’amianto lo avevano visto di sfuggita. Fatto sta, che questi “lobbisti” sono stati messi in quiescenza appena raggiunti l’eta’ anagrafica dei cinquant’anni mentre i gli ex lavoratori di quella fabbrica e di tante altre. muoiono di cancro.

  2. giuseppe bottazzi ha detto:

    Era noto che lo stabilimento Ideal Standard di Salerno contenesse amianto oppure eternit, come del resto, tutti gli impianti produttivi costruiti alla periferia della citta’ negli anni sessanta. Era altrettanto noto che i predetti materiali furono nascosti dagli stessi operai dentro le vasche cosiddette di depurazione quando queste furono colmate coi detriti risultati dall’abbattimento di alcune pareti insite dell’opificio. Lo spettro della disoccupazione ci rese complici. Va ricordato che questi abbattimenti ed i correlati spostamenti dei detriti scaturitisi. non avessero nessuna utilità, se non, quella di tenere impegnati i lavoratori ex Ideal standard, poi sea farm e poi ancora, sea park . Soprattutto, era importante simulare una ripresa delle attività lavorative affinché si potesse accedere alla cassa integrazione per ristrutturazione. Gli operai dell’Ideal Standard e in generale gli operai delle fabbriche dell’area industriale di Salerno sono stati maltrattati, abbandonati a se stessi, tant’e’ che la normativa sull’amianto e i vantaggi comportati dall’applicazione della stessa ha tutelato certune corporazioni potenti che probabilmente l’amianto lo avevano visto di sfuggita. Fatto sta, che questi “lobbisti” sono stati messi in quiescenza appena raggiunti l’eta’ anagrafica dei cinquant’anni mentre i gli ex lavoratori di quella fabbrica e di tante altre. muoiono di cancro.

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