Il ragazzo di campagna

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10 novembre 2015 di Massimiliano Amato

L’ultimo, mortificante, affronto ricevuto dal potere che ha servito per quasi un ventennio con encomiabile zelo e incrollabile fede da pasdaran, Carmelo-Mastursi-detto-Nello (e scritto così, il suo sembra proprio il nome di uno di quei personaggi surreali sui quali da trent’anni Carlo Verdone costruisce la propria, urticante, narrazione della modernità) è tutto nella patente d’imbecille che il comunicato ufficiale sulle sue dimissioni gli assegna. Giacché nessuna persona sana di mente lascerebbe un incarico da circa 10mila euro (lordi) mensili per dedicarsi a tempo pieno ad un altro svolto a titolo totalmente gratuito. Eppure, continuando nel penitenziale (benché lautamente remunerato) percorso di annullamento di ogni forma di ambizione, autopromozione, riscatto, in nome di un superiore interesse solo a lui (e a pochi altri) completamente svelato, Carmelo-Mastursi-detto-Nello, ha lasciato fare. Anche stavolta. Ed è uscito di scena in maniera uguale e contraria a come c’era stato. Un’ombra. Oggi in fuga disperata e angosciosa nella notte buia del potere. Un fantasma impaurito rincorso vanamente dai cronisti giudiziari che s’industriano, s’affannano, costruiscono ipotesi e suggestioni, e la cosa comincia a puzzare di mistero da arcana imperii. In netto contrasto, si capisce, con la provincialissima – spinta fino ai limiti del ruspante – immagine di questo oscuro funzionario, che adesso comprende perfettamente di cosa parlava Andy Wharol con la celebre teoria sul quarto d’ora di celebrità. E siccome la fisiognomica resta una formidabile chiave di interpretazione e lettura del potere, di qualunque colore esso sia, guardando i primi piani di Carmelo-Mastursi-detto-Nello il pensiero non può fare a meno di andare al celebre e irresistibile ritratto che Enzo Biagi fece di Nicola Mancino. A “quella faccia da assaggiatore di caciocavalli”, cioè, che il nostro avrà coraggiosamente messo su chissà che cosa. Immolandosi come un kamikaze: e anche questi, probabilmente, alla fine potrebbero risultare convenzionali modi di dire tutt’altro che inappropriati alla vicenda. Perché tutto, nella complicata biografia di Carmelo-Mastursi-detto-Nello, sembra rimandare ad un destino di minorità e di sacrificio, ad un radicato spirito gregario non casuale, ma deliberatamente scelto, nella svagata e poco impegnativa consapevolezza che non poteva non andare così. Uso a obbedir tacendo come un anziano appuntato della Benemerita, col suo ingenuo candore di ragazzo di campagna Carmelo-Mastursi-detto-Nello, almeno, ci ha risparmiato menate intellettuali come qualche suo ex compagno d’avventura e di cordata. Che sul valore dell’obbedienza al capo (in Max Weber) e sul perché gli uomini ubbidiscono ci costruì addirittura un saggio accademico. Non particolarmente memorabile dal punto di vista scientifico, ma molto produttivo e proficuo (almeno fino a un certo punto della storia) sul piano dell’avanzamento di carriera. La propria. E’ per questo che Carmelo-Mastursi-detto-Nello, di qualsiasi cosa lo accusi la Procura della Repubblica di Roma, fa tenerezza e va incoraggiato in questa sua fuga dal passato. Ora che, uscito dalla dimensione del potere, e licenziato con una comunicazione che potrebbe infine riassumere tutta la sua vicenda all’interno di essa, Carmelo-Mastursi-detto-Nello riassapora finalmente l’inebriante aroma della libertà. Con la possibilità di ripensare se stesso non in relazione a ciò ch’è stato, ma a ciò che potrà essere. E’ la sua conquista più grande, anche se non ancora un percorso di riabilitazione. Gli sembrerà sorprendente e potrebbe perfino dargli noia saperlo, ma per quello nel mondo libero c’è bisogno del suo consenso.

MASSIMILIANO AMATO

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