I Cinque Stelle a metà del guado

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18 novembre 2015 di Massimiliano Amato

Temuto e blandito, più spesso esorcizzato, il Movimento 5 Stelle ha nelle ultime 72 ore occupato buona parte dello spazio pubblico cittadino e regionale con le primarie per individuare i 33 nomi da inserire nella lista delle amministrative e la clamorosa protesta che ha impedito il dibattito in consiglio regionale sul terremoto giudiziario che ha travolto il vertice politico di Santa Lucia. Da entrambe le vicende i pentastellati escono abbastanza malconci, poiché risulta ulteriormente compromessa la loro già traballante reputazione. Tuttavia i due casi sono diversi, giacché il primo risente dell’indubitabile “specificità” della situazione complessiva salernitana, mentre il secondo è direttamente collegato a quello che ha tutta l’aria di essere, per ora, un limite strutturale del Movimento. La sua attuale incapacità, cioè, di trasformare in politica l’ampio e articolato consenso di cui comincia a godere. Andiamo con ordine. L’esito delle primarie del San Demetrio sembra confermare che a Salerno la politica è irriformabile. Ha contratto un virus letale e, quel ch’è peggio, contagiosissimo: chi ha avvelenato i pozzi lo ha fatto con la stessa cura che i clan casalesi hanno messo nel riconvertire in terra morta un pezzo di Campania Felix, così chiamata un tempo per la sua straordinaria fertilità. Nonostante gli accurati meccanismi di selezione della propria classe dirigente, in città il Movimento si è dimostrato troppo permeabile alla deleteria pratica del trasformismo. Questo sembra dire la graduatoria finale della competizione, sulla quale nella migliore delle ipotesi grava il sospetto di una mobilitazione “indotta”. Sul modello, per intenderci, di quelle intraviste (e anche denunciate, qualche volta, ma con scarsi risultati) in tutte le (farlocchissime) primarie democratiche celebratesi negli ultimi anni, false come una moneta da tre euro. Quell’esito produce due sostanziali effetti negativi per i Cinque Stelle. Il primo è il rischio dello snaturamento brutale, molto prossimo al tradimento, di diverse interessanti e produttive esperienze di impegno civico: dalla battaglia contro il Crescent al movimentismo creativo e virtuoso dei Figli delle Chiancarelle, alla critica radicale al sistema di potere cittadino di un pezzo di opinione pubblica che ha maturato una coscienza precisa dell’imputridimento della vita pubblica e del preoccupante stato di afasia civile, sociale, culturale ed economica in cui è stata fatta precipitare la città. Esperienze che nel Movimento avevano trovato una efficace sponda politica. Ora, questi mondi incontratisi sui Meetup grillini scoprono che il più votato proviene dalla barricata opposta e s’interrogano opportunamente sul pericolo di una subdola manovra di “infiltrazione”. Il secondo attenta alla sbandierata “verginità” dei pentastellati, che hanno sempre giustissimamente attaccato il Pd sulla regolarità delle sue consultazioni interne e, da domenica scorsa, hanno qualche titolo in meno per scagliare l’evangelica prima pietra. Se non è così, dimostrino carte alla mano che non sono state le “truppe cammellate” a determinare il risultato della consultazione. A parziale discolpa dei dirigenti del Movimento (per la cui assoluzione non è sufficiente il riconoscimento della buona fede, poiché in politica l’errore è più censurabile del crimine) c’è, appunto, la particolarità del caso Salerno. Dove il cammino per la bonifica della vita pubblica, ridotta ad una palude fetida e malsana, è lungo e molto faticoso. Loro, allo stato, possono fare ben poco. Purtroppo. Pure peggio delle primarie salernitane è stato lo spettacolo andato in scena lunedì al Centro direzionale. Lì, nell’aula del Consiglio regionale, il Movimento si è prodotto nella performance che gli riesce meglio: il passaggio repentino dalla ragione al torto. In quella riunione, se si fosse tenuta, sarebbero probabilmente esplose tutte le contraddizioni e i maldipancia che in questo momento agitano il Pd campano. Occupando i banchi della presidenza, con l’ovvia riprovazione di tutto il mondo politico, i consiglieri grillini hanno praticato la respirazione bocca a bocca a un moribondo. A una figura tra il dramma e la macchietta che fa venire in mente un celebre verso dell’Orlando Innamorato di Matteo Maria Boiardo: “colui che del colpo non accorto, andava combattendo ed era morto”. Inutile sottolineare che il saldo tra il ritorno mediatico dell’intemerata e il risultato politico conseguito è nettamente negativo. Ingenuità? Intelligenza col nemico? La seconda è da escludere, la prima non spiega tutto. Il passaggio dall’antipolitica alla proposta è complicato. Anche questo è un processo lungo, appena iniziato. Peccato che né Salerno, tantomeno la Campania abbiano il tempo di aspettare che il Movimento, che secondo molti osservatori non avrebbe alcun interesse a vincere nelle città chiamate al voto in primavera per non crollare nei sondaggi, evolva in qualcosa di politicamente serio e autorevole. In una forza, cioè, realmente alternativa agli assetti di potere locali dominanti. Per ora c’è la massa di manovra, ma manca completamente la cultura. E senza quella non si va da nessuna parte.

MASSIMILIANO AMATO

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