I capponi di Renzo

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4 novembre 2015 di Massimiliano Amato

Non essendo riuscito a formarsi al culmine di un processo di lungo periodo, il centro-destra salernitano è, su per giù da una ventina d’anni, condannato a sperare in una scintilla creativa, un provvido soffio vitale, un entusiasmante colpo d’ala che ne attesti l’esistenza. Ma il tempo passa e i (cangianti) attori sulla (immutabile) scena assomigliano sempre più a Estragone e Vladimiro, i due protagonisti di Aspettando Godot. E’ una damnatio, la loro, legata all’incapacità dimostrata in tutti questi anni di presidiare con successo una specifica e ben delimitata ridotta politica e culturale, finanche nel periodo in cui l’Italia era berlusconiana per più di un terzo. Una sorta di autocensura pervicacemente perseguita dai singoli esponenti e dai leader che si sono avvicendati, tutti rassegnatisi troppo presto al fatto che qualcun altro aveva ipotecato lo spazio politico che avrebbero dovuto occupare. Detta così, però, la questione si potrebbe risolvere facilmente nella constatazione che la lunghissima e perdurante crisi è soprattutto elettorale, visto che a determinarla sarebbe stata esclusivamente (o quasi) la “mutazione genetica” abbattutasi sulla sinistra. In realtà sappiamo bene che al centro-destra, nelle sue varie configurazioni, più che le occasioni per ribaltare la situazione è mancata una strutturata e costante cultura del conflitto. Nei rari momenti in cui ha fatto capolino (più o meno coincidenti con la stagione di governo dell’amministrazione provinciale) essa si è semplicisticamente risolta in un selvaggio spoils system, con la sostituzione tout court di tecnici, clienti e pezzi di ceto politico con tecnici, clienti e pezzi di ceto politico di colore diverso. D’altronde, per agitare il conflitto devi avere un progetto, una visione, un’idea che determini le condizioni per l’alternativa, o si sforzi di immaginarle. Tutte cose che non si mettono insieme dall’oggi al domani. E che, nelle condizioni date di commissariamento strisciante pressoché permanente, sono difficili da perseguire e realizzare. Per dirla brutalmente: le premurose, ricorrenti, “attenzioni” dell’ex ministro Carfagna hanno fatto male non meno delle pretese egemoniche esclusive avanzate a varie riprese da Cirielli e dal gruppo dirigente ex An cresciuto intorno a lui. Oggi, a sette mesi da elezioni amministrative che chiuderanno una stagione di governo lunga 23 anni, il marasma regna sovrano, con 7 nomi in campo per una candidatura sola, nessuno vincente: è la misura esatta di una crisi strutturale, profonda, probabilmente irreversibile. Ed è anche, da tutt’altro punto di vista, la certificazione conclusiva dell’assenza completa di qualsiasi alternativa “di sistema” agli assetti politici, amministrativi e di potere dominanti. Non essendo riuscito a mantenere compatto il proprio elettorato di riferimento, sedotto (e mai abbandonato) dal “nemico”, e non sapendo come intercettare il disagio e l’insofferenza che pure sono cresciuti nel frattempo nell’opinione pubblica cittadina e sui quali ha efficacemente lavorato in chiave rigorosamente anti-sistema il Movimento 5 Stelle, il centro-destra salernitano si avvia malinconicamente a recitare un ruolo assai marginale nella prossima vicenda elettorale. Chiudendo idealmente un ciclo storico che non l’ha mai visto protagonista nel capoluogo, nemmeno quando governava contemporaneamente la Provincia e la Regione. E’ la disfatta completa di due generazioni di dirigenti che, con superiore sprezzo del ridicolo, continuano a beccarsi quotidianamente a mezzo stampa ignorando o fingendo di ignorare che il loro destino è segnato. Troppo scontata l’immagine dei capponi di Renzo, ma la realtà è proprio quella.

    MASSIMILIANO AMATO

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