L’exploit di Caldoro

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10 giugno 2015 di Massimiliano Amato

Dati alla mano risulta essere grossolanamente auto assolutoria, per i vertici del centro-destra campano, la tesi che la sconfitta alle Regionali sia legata esclusivamente all’incapacità di Caldoro di trasformare in voti cinque anni di governo. In realtà, considerato lo scarto minimo (66mila voti) dal vincitore, e la liquefazione quasi totale dei partiti che lo sostenevano, Forza Italia in testa, il governatore uscente è stato protagonista di un autentico exploit. Inaspettato. Perché la sua campagna elettorale, per limiti comunicativi congeniti e ineliminabili, è stata troppo flebile. E perché, prima di questa impresa, a Caldoro proprio nessuno, nel suo campo ma anche nell’altro, era disposto a riconoscere la capacità di fungere da grande collettore di consensi. Dove ha potuto, l’ex presidente ha addirittura rimesso in piedi la baracca: a Napoli, a Caserta e a Benevento, per esempio. Vogliamo ricordare che cosa è accaduto al centro-destra di questa regione, in particolar modo a Forza Italia, nei cinque anni appena trascorsi? Le millanta inchieste giudiziarie che hanno portato alla luce un’emergenza morale di dimensioni inusitate? Non uno schizzo della gigantesca colata di fango che ha inghiottito tutta la vecchia classe dirigente che aveva tentato con ogni mezzo, lecito e illecito, di disarcionarlo nel 2010, ha lambito il governatore. Al punto che, nel momento del redde rationem, egli ha potuto fronteggiare a testa alta (lui sì) un antagonista gravato di numerosi guai giudiziari, tra cui una condanna che ne mette in discussione l’insediabilità ancora oggi, a risultato acquisito. Non che, nel momento elettorale, Caldoro fosse circondato da gigli di campo: tutt’altro. Certo, alleandosi con cosentiniani, vecchi arnesi della politica malati di trasformismo notabilare e presunti esponenti della loggia P3, il suo principale avversario gli ha dato una grossa mano a bonificare il campo del centro-destra, ma evidentemente l’area “infetta” era parecchio più ampia. Se n’è parlato poco, anzi la cosa è passata praticamente sotto silenzio perché il dibattito si è incentrato sull’”impresentabilità” del candidato presidente del cosiddetto centro-sinistra (che, detto per inciso, forse sulla vicenda ha addirittura lucrato qualche punticino percentuale, alla fine determinante per l’esito delle elezioni). Ma nel famoso elenco dei cattivi della Commissione antimafia inopportunamente (ma solo per i tempi) divulgato dalla sua presidente a 48 ore dal voto, gli “impresentabili” del centro-destra erano in numero doppio rispetto a quelli del cosiddetto centro-sinistra.  E se l’attenzione dei media è stata catturata solo dai problemi che la Bindi’s list creava a Renzi e al Pd (e ne ha creati: magari non in Campania, ma nelle altre regioni in cui si è votato sì, ne prenda serenamente atto il neoeletto, ma non insediabile, governatore campano), è stato anche perché, dall’altra parte, c’era un candidato rispettabile, dall’irreprensibile profilo, a sottolineare e approfondire un contrasto che nemmeno il più cieco degli atti di fede avrebbe potuto rimuovere o cancellare. In realtà, Caldoro ha (sorprendentemente) rappresentato la zattera a cui i naufraghi del centro-destra si sono aggrappati evitando, almeno dal punto di vista dei numeri, di essere travolti completamente dai marosi di una sconfitta largamente annunciata, ma anche un affidabile punto di tenuta, democratica e morale, per migliaia di elettori del cosiddetto centro-sinistra sconvolti (e anche parecchio disgustati) per quello che vedevano nel loro campo. Detto questo, e aggiunto anche che il tutto sommato discreto risultato elettorale il governatore uscente è riuscito a costruirlo muovendo le leve del potere e del sottopotere regionale, non esattamente popolato di mammolette, va inquadrato sommariamente lo stato della crisi profonda del centro-destra in Campania, che non è certo cominciata con queste elezioni. Crisi di rappresentatività. Crisi culturale. Crisi identitaria. Crisi organizzativa. I primi tre elementi sono una conseguenza della natura assunta da questa aggregazione. In Campania più che altrove essa è andata formandosi sulla sommatoria di pezzi sparsi del vecchio ceto politico legato all’ultima fase e alla ignominiosa caduta, nel biennio ’92-’94, del pentapartito. Il processo di costruzione dei gruppi dirigenti si è strutturato quindi intorno alla confluenza di soggetti di diversa provenienza su una comune piattaforma non di valori, ma di interessi: economici (Cosentino, Cesaro) o, più semplicemente, di volta in volta elettorali. Al netto di tutte le vicende cui si accennava prima quando si parlava di questione morale, nulla di male. La sostanziale ambiguità di questa confluenza, però, ha impedito l’istituzione, in Campania, di un vincolo di fedeltà indissolubile tra il popolo di centro-destra, affascinato dalle suggestioni provenienti dall’altro campo, e i suoi rappresentanti. A mettere a nudo questa debolezza strutturale, fu, già nel 2010, proprio l’emersione come fenomeno non più solo municipale, del neo eletto (ma non insediabile) governatore. Al quale è bastato in tutti questi anni appropriarsi, nella comunicazione pubblica ma  non solo, della retorica di destra per occupare oltre al proprio anche lo spazio degli avversari, prima a Salerno e poi su scala regionale. Ora che questa tendenza di lungo periodo può dirsi definita, il centro-destra può finalmente ripartire da zero. Può farlo da Caldoro: il più di sinistra dei suoi dirigenti. Nella regione in cui il cosiddetto centro-sinistra ha appena mandato al governo il più di destra dei propri, sarebbe solo l’ultimo, il più innocuo, dei paradossi.

MASSIMILIANO AMATO

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