Campania anno zero

Lascia un commento

17 giugno 2015 di Massimiliano Amato

Nel solo anno 2014 dal Sud peninsulare (Campania, Calabria, Basilicata, Puglia e Molise) sono emigrate 34.774 persone. Di esse il 50% esatto, 17.369, erano campane. Pur con saldi demografici differenti, la nostra regione (che ha il più alto numero di abitanti) si spopola ad una velocità doppia rispetto alla Puglia e addirittura tripla rispetto alla Calabria. Non proponibile il raffronto con Basilicata e Molise, che insieme a malapena raggiungono i due terzi della popolazione della sola città di Napoli. E’ un dato di eccezionale rilievo non solo statistico, ma storico. Mai, nemmeno durante gli anni dei “treni della speranza” carichi di valigie di cartone che riversavano sulle banchine della Centrale di Milano o di Porta Nuova a Torino centinaia di migliaia di disperati attratti dal miraggio del benessere in costruzione nel cosiddetto “triangolo industriale”, i flussi migratori in uscita dalla Campania avevano superato quelli delle altre regioni meridionali. E’ la fotografia di un crac epocale, che riporta indietro le lancette non di 50, ma di 150 anni, giacché nell’età repubblicana il tenore di vita complessivo della popolazione campana, pur mantenendosi costantemente al di sotto della media nazionale, ha sempre sensibilmente superato quello delle altre popolazioni del Mezzogiorno peninsulare. Ma, ragionando sui numeri, altri e ancor più preoccupanti elementi di valutazione vengono fuori. Se il trend migratorio dovesse mantenersi costante (e allo stato non si comprende per quale motivo, fatta eccezione per un evento prodigioso ai limiti del soprannaturale che non riusciamo tuttavia a prevedere, esso dovrebbe all’improvviso invertirsi), la Campania rischia di perdere un terzo (circa due milioni di abitanti) della sua popolazione nei prossimi dieci anni, e addirittura la metà (circa tre milioni di abitanti) entro il 2030. Quindici anni sono lo spazio temporale di tre legislature regionali, al netto di sospensioni, crisi istituzionali, scioglimenti anticipati e altri accidenti del genere. Sarebbero, senza inciampi di sorta, un tempo più che sufficiente per bloccare questa emorragia: riqualificando il sistema della formazione, scolastica e universitaria, ricostruendo il tessuto industriale e produttivo, potenziando le grandi reti infrastrutturali, materiali e immateriali allo scopo di ripristinare le condizioni minime di “attrattività” non per chi deve venire da fuori, ma per chi qui ci è nato e cresciuto. Se queste erano (e non c’è motivo di dubitarne) le condizioni di partenza del nuovo ciclo di governo regionale che si apre gravato da incognite gigantesche rispetto alla stessa “messa in sicurezza” del risultato delle urne, è evidente come la politica (non solo Renzi e il Pd: la politica tutta) nel caso della Campania abbia pericolosamente scherzato col fuoco, e continui a farlo. Le parole con cui Padoan ha gelato gli industriali napoletani in relazione alla prospettiva di un nuovo intervento straordinario nel Mezzogiorno fanno trasparire una sostanziale chiusura del governo nazionale sulla definizione delle emergenze: figuriamoci sulla possibilità di un sostegno diretto – magari anche con una legge speciale, perché no? – all’apertura di un ciclo economico espansivo. La Campania e il Sud, questo il messaggio del titolare dell’Economia, provino a rialzarsi da soli. E’ la crisi, bellezza: dalla quale il Paese non è uscito per niente, anche se lo storytelling alimentato incessantemente da Palazzo Chigi e tracimante in tutti i talk show televisivi fa perno su uno straripante ottimismo, e una sconfinata fiducia nelle magnifiche sorti e progressive. All’istituto regionale restano i fondi europei. Siamo probabilmente all’ultimo ciclo, nella migliore e più ottimistica delle ipotesi al penultimo: se la corsa si fermerà a questa programmazione, arriveremo al 2020. Cinque anni di spesa da rendicontare poi ai saggi di Bruxelles. Sarà necessario mettere in campo una progettualità di alto livello e procedure veloci e trasparenti (un’espressione che in Campania è diventata un ossimoro, e non c’è bisogno di spiegare perché) per ridurre al minimo i rischi di una restituzione delle risorse. I passi iniziali del nuovo governo regionale (se e quando riuscirà ad insediarsi) saranno decisivi. Dai primissimi provvedimenti che usciranno da Santa Lucia capiremo se la Campania può ancora ritagliarsi un ruolo nelle dinamiche di sviluppo dell’area euromediterranea, o se è destinata malinconicamente a diventare una terra di anziani e bambini. Tutti in attesa di un futuro altrove.

MASSIMILIANO AMATO

regione-campania

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Start here

Archivi

Commenti recenti

Pietro Ciavarella su Chi sono
Giuseppe Cacciatore su Quando muore un filosofo
Giuseppe D'Antonio su IL PD E LA LOGICA SCRITERIATA…
Giuseppe Cacciatore su Il riformismo, la sinistra e i…
Massimiliano Amato su Il riformismo, la sinistra e i…
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: