La “presa” di Napoli

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3 giugno 2015 di Massimiliano Amato

Dal palco di piazza Amendola, il neoeletto (ma non insediabile) presidente della Regione ha voluto tributare il suo omaggio (tutt’altro che commosso, peraltro) “alla città di Napoli”, chiedendo ai propri ultrà l’applauso per la storica “rivale”. Ma si è trattato di un atto di pura cortesia o poco più. Un beau geste istituzionale, una volta tanto. Sa bene, il neoeletto (ma non insediabile), che la sua vittoria è maturata per gran parte – e i numeri lo dimostrano in maniera quasi incontrovertibile – nel recinto di casa. E’ questo un dato che, irrompendo con fragore nella storia politica della Campania, ne modifica sensibilmente il corso. Parlare (o scrivere) di “vittoria di Salerno”, come pure qualcuno ha fatto travolto da fanciullesco entusiasmo, significa dare una lettura abbastanza superficiale di un fenomeno in realtà piuttosto complesso. E’ più corretto parlare, invece, di uno spostamento reale, effettivo e non fittizio del baricentro politico regionale. Dall’istituzione delle Regioni, è la prima volta che si produce uno “slittamento” geografico, quasi una devolution, dei rapporti di forza e degli equilibri di potere di così ampia portata. Da Nicola Mancino a Gaspare Russo, a Giovanni Grasso, ad Andrea Losco, a Santa Lucia si sono alternati diversi presidenti non napoletani, ma nessuno di essi era stato eletto direttamente. Ora, la legittimazione popolare senza mediazioni assembleari, e quindi basata sul protagonismo del corpo elettorale, rappresenta un elemento fondamentale nell’affermazione della nuova leadership regionale. Tanto per capirci. E’ proprio il meccanismo dell’elezione diretta del presidente della Regione a portare a galla gli squilibri politico – culturali che si sono prodotti tra le varie zone della Campania nell’era del maggioritario e della personalizzazione estrema della rappresentanza. Si tratta di squilibri talmente profondi da aver determinato una mappa geopolitica totalmente rinnovata della partecipazione democratica e, conseguentemente, dei gruppi dirigenti che la orientano. Tradotto in soldoni: Napoli e il Napoletano, territori devastati dalla malapolitica e dalle mille emergenze sociali, civili, ambientali e criminali trasformatesi in fratture antropologiche nel senso più ampio dell’espressione, sono progressivamente diventati periferici nei processi di formazione delle nuove élite di governo regionali. La depressione della partecipazione al voto e le alte percentuali consegnate a forze anti-sistema (il movimento arancione di De Magistris nel 2011, i Cinque Stelle quest’anno, primo partito a Napoli) rappresentano due conseguenze di tutto ciò. L’unica risposta a questa crisi rischia di essere un modello, quello costruito in un ventennio nel giardino di casa dal neoeletto (ma non insediabile) presidente della Regione, basato principalmente su una formidabile mobilitazione emotiva e con un ambiguo retroterra politico: la denuncia delle presunte disparità di trattamento nella distribuzione delle risorse regionali tra i territori. Perché ambiguo? E’ presto detto: la critica, feroce, al cosiddetto “napolicentrismo” dell’epoca bassoliniana aveva come vero (e unico) obiettivo mascherato quello della lotta politica interna allo stesso partito del governatore. Tuttavia, col passare del tempo, quest’incessante campagna anti-Regione ha cementato un “sentiment” sempre più diffuso e radicato in vasti strati della popolazione cittadina e provinciale, diventando poi l’architrave che ha retto la battaglia politica frustrata dalla sconfitta cinque anni fa e coronata dalla vittoria domenica scorsa. Dentro queste considerazioni, però, s’intravedono i profondi limiti culturali di un’impostazione legata quasi esclusivamente all’annuncio propagandistico e all’aspetto comunicazionale tout court. Del tutto priva di elaborazione programmatica, oltre che di una visione d’insieme “larga”, e di lungo periodo, del lavoro necessario per rimettere in piedi prim’ancora che la Campania, l’istituto regionale, da alcuni anni in crisi profondissima. Un lavoro che dovrebbe partire dal dato identitario: far sentire, cioè, “campani” i cittadini di questa regione, che continuano a definirsi in base all’appartenenza provinciale, o addirittura cittadina. Difficilmente il modello affermatosi a queste elezioni, ideologicamente basato sulla conflittualità interna tra territori, affronterà questa fondamentale questione. Un primo sguardo d’insieme, anzi, non inquadra altro che un’indistinta frenesia del “fare”, legata ad una visione di corto raggio, “municipale”, dei problemi, che oltretutto minaccia di acuire le sofferenze dell’istituto regionale. Destinato sempre più ad essere privato dell’originaria vocazione programmatoria per essere trasformato in un gigantesco bancomat, dal quale usciranno fiumi di danaro, di provenienza nazionale e (soprattutto) europea. Spesa pubblica a manetta, dunque, nonostante sia dimostrato come, in un secolo e mezzo di storia unitaria, essa non abbia mai, in alcun periodo, contribuito a creare le condizioni per uno sviluppo stabile e duraturo. Ma questo, probabilmente, è un altro discorso.

MASSIMILIANO AMATO

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