Una storia esemplare

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29 aprile 2015 di Massimiliano Amato

Potrà apparire stonato e fuori luogo parlarne adesso, 48 ore dopo la convention con cui è stato lanciato sul mercato il nuovo brand, ma il fallimento della “Antonio Amato”, l’industria salernitana per eccellenza per buona parte del Novecento, appare come un insondabile buco nero della storia cittadina. A maggior ragione oggi, con il marchio tornato sugli scaffali grazie al coraggioso salvataggio del gruppo Di Martino.  In realtà il crac rappresenta una vicenda esemplare, giacché in essa sono coniugati  buona parte degli elementi che fanno del Mezzogiorno d’Italia una delle più grandi anomalie civili dell’Europa moderna. Dentro ci si trova di tutto: dall’accidia morale di una borghesia pigramente sdraiata sul proprio benessere e su illusori privilegi castali, talmente inerte da lasciarsi morir di noia e indifferenza, allo sguaiato plebeismo di una politica pezzente e avida, approfittatrice e famelica. Tanto violenta nell’esercizio del ricatto del potere, e nell’arbitraria appropriazione di spazi e funzioni tipiche dell’intrapresa economica attraverso indebite invasioni di campo, quanto vigliacca nel sottrarsi al giudizio di responsabilità nel momento dell’inevitabile resa dei conti. Per finire ad una finanza (la più antica istituzione creditizia italiana) quasi completamente asservita ai cupi disegni di dominio, avulsi da qualsiasi logica e razionalità di tipo economico, di mediocri ma arrembanti politicanti di provincia. Raccontato così, però, quel fallimento rimarrebbe gravemente orbato della sua dimensione umana, e cioè del gigantesco dramma che non può non suscitare un moto di solidale empatia, che ha travolto i due protagonisti dell’ultima fase di vita dell’azienda. Giuseppe Amato senior e junior. Il primo, vecchio e stanco, inerme nella sopraggiunta menomazione fisica e psicologica della malattia, ha potuto solamente osservare dall’attico di corso Garibaldi l’evaporazione progressiva di un sogno a cui ha dedicato tutta una vita. Il secondo, finito  in un ingranaggio spietato, molto più grande di lui, delle sue capacità di reazione, è diventato ormai un Benjamin Malaussène. Il capro espiatorio unico ed assoluto. In realtà, più che il contemporaneo genio corrosivo di Pennac, tutto l’ordito riguardante questo ragazzo dallo sguardo smarrito, che da qualche anno entra ed esce dal carcere, ricorda la disperante condizione di certi eroi tolstoiani o dostojevskiani . O la sorte che si abbatte su molti personaggi kafkiani. Figure sballottate dai marosi della Storia, ora vittime incolpevoli di una società corrotta e irredimibile, ora dell’oscura e implacabile macchina del potere che, dopo averli sbattuti, spremuti, sfruttati, li smaltisce come scarti. C’è quindi qualcosa di grandiosamente tragico, in questa pur scalcagnata rappresentazione che ha visto alternarsi sulla scena, tra gli altri, avvocaticchi rampanti e fantasiosi, come lo Strummillo di “Non ti pago” e spregiudicati “figli di” in grado di attraversare spavaldi le frontiere, diretti nei più vicini paradisi fiscali forti di inopinate presunzioni d’impunità. Ed è la parte in commedia che l’oscuro sceneggiatore che ha rifinito il copione ha assegnato a Peppino Amato junior. Il più debole e indifeso di tutti. L’unico che finora abbia conosciuto l’ignominia delle manette, la solitudine di una cella umida e buia, l’abissale e angosciante umiliazione della gogna mediatica ricorrente. Nella sua odissea si concentra il senso, aberrante, del crac non di un’azienda, ma del costume e della morale pubblica di un’intera città che ha smesso di farsi e fare domande, di interrogarsi e interrogare, di ricercare, attraverso l’esercizio della ragion critica, le cause ultime di ciò che avviene sotto i suoi occhi, sempre più indifferenti ormai. Una vicenda in grado, da sola, di illustrare la parabola recente del potere a Salerno, o almeno una più che verosimile o plausibile versione: i patti e le alleanze inconfessabili, i polverosi angoli inesplorati, le camarille occulte, le nuove caste di intoccabili affermatesi nell’ultimo, sconcertante, ventennio. Proprio mentre Peppino jr. veniva di nuovo arrestato perché si era allontanato dagli arresti domiciliari per andare a bersi un aperitivo con gli amici, le cantonate si riempivano di manifesti con promesse mirabolanti e ricette miracolistiche. L’esaltazione del cosiddetto “modello Salerno”. Chissà se li ha visti, dal finestrino del cellulare che lo riportava a Fuorni. E chissà che cosa avrà pensato, lui pallido e malfermo Malaussène, prima fatto criminalmente rotolare dalla sommità dorata di un impero economico e industriale, poi scientificamente affossato e rimosso.  Infine, cinicamente dimenticato.

MASSIMILIANO AMATO

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One thought on “Una storia esemplare

  1. Guido Panìco ha detto:

    Convincente. Soprattutto nel tratteggiare un profilo inserendolo nel contesto locale, ma anche nella sua storia famigliare. Gli Amato, come moltissime famiglie imprenditoriali non solo del Mezzogiorno, hanno sempre giocato su due tavoli. Una volta quell’immobiliare, accanto a quello aziendale fcero e proprio. In seguito su quello della finanza. Ebbi modo qualche anno fa di incontrare Giuseppe Amato j. Mi parve un’ottima persona, non certo uno scaltro uomo d’affari come il fondatore della dinastia. Bella la citazione di Pennac.

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