Incantatori e pifferai

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22 aprile 2015 di Massimiliano Amato

E’ altamente improbabile, anzi è praticamente da escludere che le 142 pagine depositate dai giudici della Seconda Sezione Penale del Tribunale di Salerno che a gennaio hanno emesso la sentenza del “processo termovalorizzatore” possano indurre a ripensamenti il Pd locale e quello nazionale in ordine alla candidatura alla presidenza della Regione Campania. Rien ne va plus, les jeux sont faits. Anche se rimane netta l’impressione che il tanto strombazzato incontro-lampo di Pompei abbia confermato tutti gli imbarazzi del segretario – premier. Il suo atteggiamento è apparso molto più prossimo ad una rassegnata presa d’atto dell’ineluttabile che ad un’entusiastica, e ancor meno convinta, adesione politica e sentimentale alla situazione scaturita dall’esito delle primarie di marzo. Non ci saranno ribaltoni, ed era da ingenui sperare nelle motivazioni delle condanne inflitte ai tre imputati. Tuttavia quelle pagine qualcosa al tempo stesso di previsto e prevedibile e di nuovo lo introducono nella questione – a questo punto però puramente accademica – dell’opportunità politica della candidatura in questione. Esse aprono uno squarcio significativo sul conflitto tra propaganda e verità, che molti politicanti (per usare un’espressione molto in voga) hanno risolto al modo degli incantatori di serpenti. E cioè con illusionismi assortiti e scoppiettanti fuochi d’artificio verbali, spesso accompagnati da un fastidioso e melenso sottofondo intonato da pifferai compiacenti. I giudici – e non poteva essere altrimenti – hanno smontato scientificamente la teoria del “reato linguistico”: la nuova, iperbolica, fattispecie delittuosa immaginificamente introdotta nel nostro ordinamento con un’impudenza sicuramente degna di miglior causa. La vicenda fa ulteriormente riflettere, dunque, sull’incidenza nel discorso pubblico di una comunicazione ad elevato tasso di spregiudicatezza, senza regole né remore di alcuna natura, che obliterando totalmente il principio di realtà tenta di precostituire verità di comodo, facilmente “commestibili” per un pubblico molto vasto. Il maestro indiscusso in materia resta Silvio Berlusconi. Un caposcuola che vanta innumerevoli tentativi di imitazione: più nel campo avverso che nel proprio, ormai completamente devastato. Anche (e soprattutto) in Campania. Se dunque, come scrivono i giudici, l’incarico di “project manager” per il termovalorizzatore di Cupa Siglia, conferito dal sindaco pro tempore in carica nel 2009 al proprio capostaff non era previsto da alcuna norma, e men che mai dal Codice degli appalti pubblici. Se questa nomina fu “silente” e silenziata, al punto di non comparire in nessuna ordinanza e nemmeno nella comunicazione istituzionale del Comune di Salerno (il sito web), perché “ogni parola aggiunta avrebbe aumentato il rischio di rendere il provvedimento ulteriormente attaccabile e censurabile”. Se, infine, è stata accertata, sia in sede di indagini preliminari che nell’istruttoria dibattimentale, “la falsità delle giustificazioni postume”. Se dunque tutto questo è vero e provato, come dimostrano le motivazioni, il molto sedicente “reato linguistico” (ossia l’uso di un anglismo in luogo della italianissima locuzione “coordinatore del progetto”) si rivela finalmente ora a tutti ciò che, in fondo, è sempre stato per chiunque, negli ultimi tre mesi, abbia conservato un minimo di spirito critico. Rifiutandosi di abboccare alla dottrina della sentenza “demenziale”. Il giochetto, condotto a cavallo tra la sentenza e le primarie, ha in larghissima parte funzionato. Anche perché i tempi della politica e quelli della giustizia non coincidono mai. Infine: a lume di naso, nelle motivazioni della sentenza c’è anche un elemento che potrebbe rendere molto accidentato e arduo il cammino di qualsiasi ricorso (non si sa allo stato se al Tar o alla magistratura ordinaria: la Cassazione si pronuncerà sul regolamento preventivo di giurisdizione il 26 maggio, cinque giorni prima delle elezioni regionali) avverso la quasi certa sospensione ai sensi della legge Severino in caso di elezione. E’ il “dolo intenzionale” rispetto alla commissione del reato, sottolineato dai giudici a più riprese e abbondantemente supportato, sia in fatto che in diritto. Si è trattato, argomenta il collegio della Seconda Penale, di un abuso d’ufficio tutt’altro che “involontario”. Anche questo, tra poco più di un mese, potrebbe avere il suo peso.

MASSIMILIANO AMATO

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