Il collasso

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6 maggio 2015 di Massimiliano Amato

Ci sono diversi indizi e manca la prova regina, è vero. Tuttavia, la composizione delle liste per il consiglio regionale e la stessa griglia della corsa per la carica di governatore portano a ritenere che la Campania, prima tra tutte le regioni italiane, si sia definitivamente lasciata alle spalle la Seconda Repubblica, i suoi miti, la sua simbologia. Inoltrandosi – a passo di carica per giunta – in un territorio indefinito, una sorta di terra di nessuno sospesa tra un brusco ritorno alla Prima e un avventuristico approdo alla Terza. In realtà candidati e partiti (?) si affannano a riempire, meglio: a intasare, per sfuggire all’horror vacui, spazi di azione e iniziativa che sono e restano esclusivamente elettoralistici. Non deve quindi sorprendere se, all’interno di questo perimetro, siano destinate a contare solamente la brutalità dei rapporti di forza, la capacità trasformistica di passare disinvoltamente da un fronte all’altro accampando le più fantasiose giustificazioni (bella quella dell’ultraottantenne gran visir di Nusco relativa alla “ricostruzione della Dc”), la morte violenta della politica. Il discorso vale per entrambi i poli, che si fa molta fatica a definire “di centrodestra” e “di centrosinistra”, e che piuttosto assomigliano a dei caravanserragli senza bussole ideologiche (e questo in sé non sarebbe propriamente un male), costruiti intorno alla tutela di blocchi di interessi circondati da coni d’ombra minacciosi. L’improponibilità di un alto numero di candidati, in un campo come nell’altro, rischia allora di essere uno degli epifenomeni – ma non l’unico – del collasso cui stiamo assistendo. Costruita intorno ad un asse malfermo, precario, la Seconda Repubblica crolla di schianto nella terra in cui lo spazio della politica si è ulteriormente ristretto, nell’ultimo quinquennio, alla dialettica tra masaniellismi salvifici e compromissioni nauseabonde. Dei masaniellismi hanno fatto e continuano a fare le spese le due realtà urbane più grandi della regione, Napoli e Salerno, ed è abbastanza comprensibile che il più autentico (e datato) di questi modelli cerchi, pur non essendoci riuscito cinque anni fa, una traslazione sul più ampio scenario regionale. Il motore delle compromissioni nauseabonde non si è mai spento, anzi ha sempre funzionato al massimo dei giri possibili. Accelerato sia quando la dinamica economica si è mantenuta vivace, sia quando essa ha cominciato a perdere colpi sotto gli effetti della grande crisi degli ultimi anni, una vera e propria panacea per i poteri criminali, che sono potuti diventare “sistema”. Per interloquire con una realtà così degradata che loro stessi, seppur in ruoli e con funzioni diverse, hanno contribuito a creare, i due maggiori pretendenti alla carica di presidente stavolta hanno dovuto sacrificare anche la forma. E così, se il cosiddetto centrodestra non ha avvertito nemmeno il bisogno di un dibattito interno, e nella formazione delle liste ha usato come unico criterio di valutazione quel malinteso senso del garantismo che il governatore uscente non manca mai di sbandierare in tutte le sue uscite pubbliche (talvolta facendo infuriare perfino i suoi colleghi di  schieramento, che si aspetterebbero qualche parola in più sulle tante grane giudiziarie del suo antagonista principale), il cosiddetto centrosinistra è andato oltre. Demolendo scientificamente tutti i miti e le simbologie su cui ha cercato faticosamente di costruire la propria soggettività politica nell’arco temporale della Seconda Repubblica. Vanno letti in questo senso i tanti “sdoganamenti” – dai nostalgici del Duce ai cosentiniani, passando per l’accordo last minute con la dependance irpina dell’Udc – di cui leggiamo in questi giorni. E’ con questo quadro, tuttavia, che bisogna fare i conti, e non solo perché i pronostici accreditano agli outsider, dalla lista di SeL ai pentastellati, percentuali tra l’irrisorio e l’ininfluente.  Dentro una dinamica ancora confusa, con il fumo dei sondaggi che impedisce di individuare i veri orientamenti che si stanno determinando nell’elettorato (una fetta importante del quale diserterà, ma non come in Emilia e in Calabria), c’è una sola certezza. La liquidazione completa del Pd campano, rimpiazzato ancor prima che si aprano i seggi, dal comitato elettorale salernitano di via Manzo. Una sede che ha conosciuto ben altre vicende politiche, personali, intellettuali di quelle che la abitano oggi. Ma questa, probabilmente, è un’altra storia. Destinata a mai più ripetersi.

MASSIMILIANO AMATO

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