Il pellegrinaggio di Renzi

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15 aprile 2015 di Massimiliano Amato

La sollecitudine con cui lo sconfitto alle primarie del Pd è andato in soccorso del vincitore e la notizia di una prossima manifestazione congiunta al Palapartenope di Napoli sono due segnali inequivocabili che il vecchio notabilato democrat di estrazione post comunista si è ricompattato. Intenzionato a resistere, tetragono, ad ogni tentativo di rottamazione. Le primarie hanno essenzialmente riproposto gli equilibri di potere interni precedenti alla sconfitta alle Regionali 2010. Alimentando un paradosso. Celebrarle è servito a ridimensionare il peso e la funzione dei tanti “signori della guerra” (e delle tessere) concentrati solo sulla crescita del proprio feudo personale nel quinquennio in cui il Pd si è di fatto astenuto dallo svolgere qualsiasi ruolo sullo scenario politico regionale. Ma, nel contempo, non ha fatto fare al partito un solo passo avanti sulla strada del rinnovamento. Matteo Renzi, a cui non fa certo difetto il fiuto politico, queste cose le sa benissimo. E infatti, da un mese e mezzo tace sul risultato e sulle dinamiche che hanno caratterizzato il dopo voto. Lasciando che siano i suoi proconsoli a parlarne, ma in maniera ellittica, in un trionfo cioè di dichiarazioni ambigue e di anacoluti. La prova? Le recenti dichiarazioni di Lotti, Guerini, Serracchiani: capolavori di doppiezza che riescono acrobaticamente ad eludere perfino il problema, centrale, della piena, incondizionata legittimazione del candidato uscito vincente dalla conta interna. Presto o tardi, però, Renzi sarà costretto suo malgrado a prendere il toro per le corna: glielo impone l’improvvisa (e inattesa) precipitazione degli eventi. Dal caso di Ischia a quello di Ercolano, passando per la “patata bollente” di Giugliano, in poco tempo il Pd campano è riuscito a consumare tutto il vantaggio che aveva accumulato sugli avversari in materia di questione morale. Appena due anni fa, i giornali traboccavano di notizie di scandali che coinvolgevano esponenti del centrodestra. Nel volgere di così poco tempo l’inerzia della comunicazione si è praticamente invertita. E il viaggio che il premier – segretario farà in Campania sabato prossimo rischia di trasformarsi in un mesto pellegrinaggio sui luoghi di un misfatto già consumato. Forse è per questo che, prudenzialmente, dal Nazareno trapelano notizie solo sulla natura “istituzionale” della visita. Con ogni probabilità, l’unica iniziativa dichiaratamente politica sarà una puntata a Ercolano: dove il “vecchio” è stato brutalmente estromesso dalla scena, spazzato via dai sospetti di infiltrazioni camorristiche che si addensano sul tesseramento e dalle altre inchieste aperte dalla magistratura. E un’autentica autostrada si è spalancata davanti alle ambizioni, spesso frustrate da deludenti risultati elettorali, dell’unico renziano “doc”.Quel Ciro Buonajuto diventato presto la pietra dello scandalo per aver ottenuto un’investitura dall’alto che ha tutto il sapore di un commissariamento surrettizio del partito locale. In questo magma ribollente in cui spicca la vicenda relativa alla posizione del candidato alla presidenza di Palazzo Santa Lucia, che secondo alcuni giuristi rischierebbe in caso di vittoria di non essere proclamato dalla Corte d’Appello, si delinea ulteriormente l’estrema debolezza del gruppo dirigente regionale di estrazione renziana. Debole politicamente, ma soprattutto elettoralmente. In Campania, il segretario – premier può pagare a caro prezzo la scelta che fece a suo tempo di affidarsi ad alleanze “transitorie” e trasformiste per dare la scalata al partito. Nella prossima tornata elettorale, ha candidati di stretta osservanza in tutte le regioni tranne qui. Se vince, rischia di non toccare palla per cinque anni, anzi di dover assistere, impotente, alla trasformazione del partito regionale in un comitato elettorale. Quasi quasi, gli conviene perdere…

MASSIMILIANO AMATO

Pd

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