Il vicolo cieco

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26 gennaio 2015 di Massimiliano Amato

Premessa numero uno. Il Tar e in seconda istanza il Consiglio di Stato, se aditi, riporteranno l’attuale “consulente” del sindaco pro tempore di Salerno Enzo Napoli sulla poltrona che ha sostanzialmente occupato dal dicembre ’93 fino a venerdì scorso: non c’è però materia per cacciatori e “registratori” di primati, giacché di “emeriti” tornati in carica nella storia della Repubblica ce n’è già stato uno, e proprio di recente. In quella dei Papi no: ma è un’altra storia. Sostenendo che trattasi di “due vicende diverse” de Magistris dice una solenne sciocchezza, ribadendo scarsa familiarità con il diritto, e non solo quello con la maiuscola. Ma è una lacuna che si porta dietro da parecchio. Sono due casi, il suo e quello del suo collega salernitano, in tutto simili. Identico è il reato, mentre il problema dell’inapplicabilità retroattiva della legge Severino, che ha avuto il suo peso in due pronunce dei giudici amministrativi, vale per tutto il territorio nazionale, non solo a Napoli.

Premessa numero due. Il (reintegrando) sindaco di Salerno ha ancora a disposizione due gradi di giudizio per dimostrare che la sostituzione dell’italianissima locuzione “coordinatore del progetto” con l’anglismo “project manager” che faceva più fico (forse), ma maledetto il giorno che l’ha usato, non costituisce, di per sé, un comportamento giuridicamente qualificabile come “abuso in atti d’ufficio”. E siccome non risulta che il comma 2 dell’articolo 27 della Costituzione sia stato abrogato, abbiamo (tutti) l’obbligo di considerarlo innocente fino a quando non interverrà una sentenza di Cassazione che stabilirà il contrario (conoscendo il soggetto, a questo punto avrà tirato fuori il famigerato corno di corallo di cui favoleggia da giorni, alternativa edulcorata ed elegante ai gesti apotropaici che l’incoercibile natura cafona involontariamente gl’ispira).

Premessa numero tre. La legge Severino, figlia di una delega “in bianco” firmata dal Parlamento al governo Monti, è una delle peggiori leggi della storia repubblicana. Qualsiasi classe politica dotata di nient’altro che di un minimo di autostima, avrebbe fatto le barricate per impedirne la promulgazione. E, una volta accortasi dell’imbroglio (perché di questo si trattò), si sarebbe mobilitata, senza distinzione di schieramenti, per cancellarla immediatamente dal nostro ordinamento, giacché non è necessario essere fini costituzionalisti per accorgersi che la sua applicazione mina in profondità il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge, trasformando gli amministratori pubblici locali in carne da macello. Non solo: obbligando un organo dell’esecutivo, le Prefetture, ad applicare interdittive giudiziarie preventive rispetto ai tre gradi di giudizio, stabilisce anche un’inammissibile gerarchia tra poteri dello Stato, che mette in discussione il principio della tripartizione. La abolirà, probabilmente, la Corte Costituzionale,  chiamata in causa dal Consiglio di Stato proprio in relazione alla vicenda de Magistris. E per la debolissima, inconsistente, eterea politica italiana sarà una nuova, umiliante sconfitta dopo il caso Porcellum.

Tutto ciò premesso, la sentenza pronunciata dal Tribunale di Salerno fa venire alla luce l’abissale debolezza di una leadership senz’altri puntelli che non siano quelli del potere – debordante, quasi illimitato, eppure drammaticamente insufficiente – esercitato all’interno della cinta daziaria del capoluogo. Argomento stranoto e abusato in migliaia di analisi del fenomeno. Ma stavolta la solitudine del leader si può toccare. Almeno finora, nel momento di massima difficoltà non è venuto fuori nessuno lontano da Salerno disposto a tendergli una mano. Lasciamo stare l’adunata di giovedì sera nel Salone dei Marmi: non è significativa di nulla. La “massa di manovra” (quantificabile nel 70-75% dei partecipanti all’assemblea) era costituita da un mix di personale politico, sottobosco amministrativo e (in schiacciante maggioranza) dipendenti delle società comunali, le famose “miste” che di misto non hanno più un bel niente da anni ma, chissà perché, continuiamo a chiamarle così. Tralasciamo volentieri pure gli epitaffi, in parte interessati, in parte comici, scolpiti in questi giorni “sulla fine di un’epoca” (ma de che? Aspettate e vedrete) ad opera anche di fior di intellettualoni, non solo quelli con tanto di cattedrona universitaria e plurimedagliati accademici: la dimostrazione che di peggio rispetto alla società politica talvolta c’è solo la cosiddetta società civile.

Sull’”emerito” pesa il disinteresse agghiacciante del leader del Pd, che tredici mesi fa (tredici mesi, non tredici anni) ha incassato in città il 98% alle Primarie per la segreteria: o forse ha pensato, il beneficiario di tanto consenso, che in questa ridente località in riva al Tirreno fossero tutti rottamatori convinti? Ma il cinismo, si obietterà, è ingrediente essenziale della politica. E in questa categoria vanno inscritti anche la segretaria regionale e i “main sponsor” nella corsa per le Primarie. Precipitatisi in Municipio mentre la pistola dei giudici ancora fumava per invitare il sopraggiunto “emerito” a farsi da parte. Una catastrofe. L’isolamento completo. Per il resto, a parte l’onore delle armi da parte dell’antagonista napoletano, un silenzio di piombo, che perdura. Il segno di una sconfitta politica epocale, ancorché indotta da un fatto (la sentenza di un Tribunale) esterno alla politica e che con la politica non dovrebbe avere nulla a che fare. Di questo, deve prendere atto l’”emerito”, non delle speciose argomentazioni a supporto della sua presunta “incandidabilità” (che non esiste): del fatto, cioè, che è stato finora in massima parte sopportato, e molto usato per guerricciole interne al partito e regolamenti di conti tra capibastone. Una situazione dalla quale non uscirà né trattando sotto banco le condizioni della resa come pure sembra stia facendo, né accarezzando la malinconica, quanto velleitaria, prospettiva della cavalcata in solitaria. L’ultimo cortocircuito accende un paradosso: la sua epoca non è ancora tramontata, ma la sua corsa è finita in un vicolo cieco.

MASSIMILIANO AMATO

tribunale13

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