#iosonocampano

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18 gennaio 2015 di Massimiliano Amato

In un agile volumetto pubblicato a metà dell’anno scorso Alfonso Conte, storico dell’Università di Salerno e frequentatore di queste colonne, ha ricostruito una vicenda esemplare dell’eterna difficoltà delle classi dirigenti campane a pensarsi e a pensare il proprio impegno in una dimensione sovra cittadina, municipale, provinciale; in una parola: regionale. Nel 1974, per cinque giorni, dal 4 all’8 maggio, la popolazione di Eboli si sollevò per protestare contro la decisione del Cipe di spostare a Grottaminarda, in Alta Irpinia, un insediamento Fiat originariamente previsto nella cittadina della Piana del Sele. Dietro il cambio di programma imposto dall’organo interministeriale ai vertici del colosso automobilistico (all’epoca) torinese, non c’era stata nessuna scelta strategica o di politica economica o industriale, ma soltanto uno “scippo” che l’irpino Ciriaco De Mita aveva ordito ai danni del salernitano Vincenzo Scarlato. Nella lucida prefazione che accompagna il volume, il figlio dell’ex sottosegretario, Guglielmo Scarlato, rievoca la tradizione anglosassone dei pork barrel politicians. Ossia, per spiegarla con le sue stesse parole, di quei politici che, “garantendo a progetti localizzati il sostegno della spesa pubblica, facevano e fanno da sponda ad interessi molto concreti”. In realtà, più che una gara tra chi fosse più lesto e capace di portarsi a casa “il barile di carne di suino” (come detta la locuzione inglese), quella storia finì con il rappresentare un paradigma già tristemente applicato negli anni precedenti. Non era stato il primo caso di guerra tra territori, non fu nemmeno l’ultimo purtroppo.

Nel 1974 le Regioni, come entità amministrative, erano nate da quattro anni. Sarebbe oltremodo lungo (e noioso) ripercorrere qui l’infinito dibattito sulla loro istituzione, prevista dalla Carta costituzionale, ma rimandata per ben 22 anni: basti solo ricordare che, insieme all’affossamento del progetto di Legge Urbanistica di Sullo e della Programmazione economica di Lombardi, la mancata applicazione dell’articolo 131 fu tra i motivi scatenanti della crisi del primo centro-sinistra organico (governo Moro – Nenni, 1963-1964). Sia come sia, in gran parte del Paese l’iter legislativo – burocratico di formazione dei nuovi enti a partire dalla fine degli anni Sessanta fu accompagnato da una preesistente condizione di reale integrazione tra territori che, in qualche modo, agevolò il compito dello Stato centrale nell’opera cosiddetta di “devoluzione” e decentramento delle competenze legislative e amministrative. In Campania il processo di formazione della nuova entità è rimasto circoscritto al solo aspetto burocratico – formale.

Per dirla in parole povere. Il prodotto finale è stato la sommatoria di cinque diverse identità: quella napoletana, per molti versi preponderante o, almeno, prevalente e potenzialmente assorbente, la salernitana, la casertana, la sannita, l’irpina. Cinque storie, cinque tradizioni, cinque culture rimaste rigorosamente autocentrate, chiuse e autoreferenziali, che non sono mai riuscite a fondersi in un’unica identità regionale. Da decenni l’aspetto più banale (anche se tra i più deteriori) dell’incapacità di creare circuiti virtuosi di comunicazione e reali processi di integrazione tra le diverse aree campane si scarica nelle rivalità calcistiche: in quasi nessun altra regione i cosiddetti “derby” rappresentano un serio motivo di turbativa dell’ordine pubblico, sì da spingere prefetti e Casms a ordinare la disputa di molte partite a porte chiuse.

La particolare conformazione geo-economica campana, anziché costituire un elemento di ricchezza, ha finito col far risaltare ancor di più la povertà di mezzi culturali con cui la politica, nei primi quarantacinque anni di vita delle regioni, ha affrontato la questione. Il paradigma richiamato all’inizio si è ripetuto con desolante puntualità. E la fisiologica divaricazione messa a fuoco da Rossi Doria tra la “polpa” (i territori costieri, più ricchi e potenzialmente prosperi) e l’”osso” (le aree interne, depresse quasi per definizione), anziché ispirare coraggiose “visioni” si è trasformata, sotto la spinta di egoismi territoriali formatisi nella logica del pork barrel politicians, in una patologia ai limiti dell’incurabilità. La cattiva politica ha fatto sì che le differenze (ovvie) tra territori generassero barriere invalicabili tra essi; e dalla dimensione della sana competizione si è entrati stabilmente in quella del conflitto permanente.

Tutto ciò ha anche un sostrato storico-antropologico. Fateci caso: se lo incontrate fuori regione o all’estero, un salernitano, ma anche un casertano, un irpino, o un sannita, alla domanda sulla provenienza in sei-sette casi su dieci vi indicherà quella provinciale o cittadina (se abita in uno dei capoluoghi). Nei restanti, si rifugerà nello stereotipo della “grande nazione napoletana”. Quasi mai sentirete dire a qualcuno “io sono campano”. Nel linguaggio corrente questo termine è rarissimo. Al massimo, esiste la locuzione “cittadini della Campania”. Un mantovano, o un bergamasco, o un bresciano non ha alcuna difficoltà a definirsi lombardo. Un vicentino vi dirà che è veneto; un barese, che è pugliese, e così via.

Sul punto della costruzione di un’identità regionale il confronto sulle prossime elezioni per il governo di Palazzo Santa Lucia – monopolizzato in queste ore dall’infinito psicodramma delle primarie democratiche – è, a parte qualche lodevole eccezione, clamorosamente carente. Nell’evidente tentativo di sottrarsi (a questo impegnativo dibattito, ma non solo), il governatore uscente Caldoro auspica una soluzione radicale: l’abolizione delle regioni. Nell’altro campo, invece, tra le proposte in campo ce n’è una che poggia integralmente sul perverso impianto culturale descritto finora (e non c’è bisogno di specificare quale) e che, se dovesse prevalere, rappresenterebbe la mazzata finale allo spirito di integrazione. Più che #lasciatecivotare, il Pd che rigetta questa visione adotti l’hashtag: #iosonocampano. Queste elezioni rappresentano un punto di svolta: parafrasando D’Azeglio, fatta la Campania (ormai molti anni fa), è il momento di fare i campani. Ora o mai più.

MASSIMILIANO AMATO

campania-fisica

One thought on “#iosonocampano

  1. Gabriele Cavallaro ha detto:

    Mi pare possa essere l’idea di fondo alla base di un vero progetto politico” ricostruiamo l’identità del cittadino campano” integrando e non contrapponendo le diversità.

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