Il silenzio degli innocenti

Lascia un commento

18 giugno 2014 di Massimiliano Amato

Quando, verso la fine degli anni Ottanta, con un memorabile articolo sul Corriere denunciò il fenomeno – allora nascente – dei “professionisti dell’antimafia”, Leonardo Sciascia disvelò impietosamente un aspetto non marginale dell’italico modo di intendere la militanza civile. Quello, talvolta improntato all’opportunismo più spregiudicato, di chi nell’abbracciare una qualsiasi causa da un certo punto in poi dissimula i veri obiettivi del suo agire lasciandosi guidare solo dalla cura del proprio particulare. La causa, la battaglia, la lotta in cui è impegnato, diventano quindi il lievito di un deleterio protagonismo fortemente intriso di autoreferenzialità. I principali sintomi di questo morbo, saggiamente individuati anche da Sciascia – sono la radicalizzazione delle posizioni e una certa, ottusa, intransigenza “morale” (sempre di moda in un Paese in cui lo scarico della coscienza è il più praticato sport individuale) che nasconde tutt’altri fini rispetto a quelli ufficialmente sbandierati. Di solito queste due caratteristiche emergono una tantum, in occasione di battaglie “esemplari”, per poi rientrare quando, superato l’”esame” da professionista, chi in precedenza le ha coltivate se ne disfa, perché è più conveniente così.

Ci fu chi vide in quella polemica agitata dal grande intellettuale siciliano un attacco a Paolo Borsellino, uno dei più grandi eroi civili, insieme a Giovanni Falcone, della storia repubblicana. Ma Sciascia non ce l’aveva con il giudice che qualche anno dopo sarebbe stato massacrato dai macellai di Cosa Nostra. I suoi obiettivi erano altri. La sua censura, infatti, si abbatteva oltre che su alcuni politici, su un costume che andava prendendo piede, e che rischiava di trasformare la lotta alla mafia in una sorta di moderno mercato delle indulgenze. In grado di garantire gratificanti scatti di carriera.

Quello di Sciascia si è rivelato essere uno di quei “pensieri lunghi” che solitamente permettono ad una comunità di fare, in un colpo solo, non uno, ma dieci passi avanti sulla strada dell’alfabetizzazione democratica. La moderna “religione civile” dell’antimafia rifugge dalla retorica dell’esasperazione e seleziona i propri adepti sulla base dei reali convincimenti e dell’azione concreta, il cui fondamento etico è il principio di responsabilità. Ma se il fronte della lotta alla criminalità organizzata, anche grazie a quell’allarme lanciato circa 30 anni fa, è stato in buona parte liberato dalla malapianta del professionismo (esempi, anche eclatanti, permangono comunque, ma non è il caso di dilungarsi), in altri campi dell’impegno civile questa gramigna altamente tossica resiste pervicacemente, autorigenerandosi in continuazione.

Il più infestato è il campo dell’ambientalismo. C’è una vicenda esemplare che ci riguarda molto da vicino. La demolizione del cosiddetto “mostro del Fuenti”: una storia andata avanti per più di un ventennio e conclusasi con l’esplosione di numerose cariche di tritolo il 23 aprile del 1999. Volendo retrocedere a dettaglio insignificante la circostanza che fu necessaria una legge (firmata dall’allora ministro Edo Ronchi) per buttare giù lo scheletro dell’albergo, non si può dimenticare lo straordinario impegno – sicuramente degno di miglior causa, e ci assumiamo tutte le responsabilità affermandolo – profuso da alcune espressioni dell’ambientalismo salernitano che proprio in virtù e per effetto di quella battaglia arricchirono di galloni le striminzite e spoglie divise.

E’ sorprendente come, mutatis mutandis, quegli stessi ambientalisti, qualcuno nel frattempo insignito del grado di generale, qualcun altro transitato allegramente dalla battaglia contro gli ecomostri all’impegno politico e amministrativo, prima di planare docilmente sulle comodissime poltrone di presidente di Fondazioni, bancarie e teatrali (ovviamente controllate dal Comune), tacciano di fronte allo scandalo internazionale del mostro di Santa Teresa (nella foto). Il Crescent. Totalmente abusivo, come testimoniano tutte le pronunce giurisdizionali finora susseguitesi, laddove il Fuenti era solo “parzialmente difforme” sul progetto originario. In virtù delle superiori volumetrie, impattante sull’ambiente e il paesaggio circostanti non una, o due o tre, ma almeno una decina di volte di più rispetto all’albergo di Vietri sul Mare.

L’unica a dimostrare una commuovente coerenza (per la demolizione in tutti e due i casi) è Raffaella Di Leo, presidentessa della sezione salernitana di Italia Nostra, la quale, poverina, si sarà guardata intorno alla ricerca dei compagni di lotta di una volta, senza riuscire a scorgerli. E per forza: stanno esattamente dall’altra parte della barricata. Schierati a difesa del mostro di Santa Teresa. A meno che non si voglia definire il loro come il silenzio “degli innocenti”. Buon per la dottoressa Di Leo, in ogni caso, che come compagni di strada abbia, stavolta, gente che un lavoro ce l’ha già: architetti, avvocati, medici, professori, ma anche semplici impiegati e lavoratori, e che non ha mire di carriera. La loro, i professionisti (a gettone) dell’ambientalismo salernitano, l’hanno già fatta.

MASSIMILIANO AMATO

crescent

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Start here

Archivi

Commenti recenti

Pietro Ciavarella su Chi sono
Giuseppe Cacciatore su Quando muore un filosofo
Giuseppe D'Antonio su IL PD E LA LOGICA SCRITERIATA…
Giuseppe Cacciatore su Il riformismo, la sinistra e i…
Massimiliano Amato su Il riformismo, la sinistra e i…
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: