Il Codice Renzi vale per tutti?

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21 giugno 2014 di Massimiliano Amato

A sfogliare le cronache politiche locali di questi giorni (soprattutto ieri) viene spontaneo chiedersi fin dove Matteo Renzi vorrà spingersi con la stretta “giustizialista” imposta al Pd dopo i casi Expo e Mose. Ribadirà la faccia feroce mostrata agli esponenti lombardi e veneziani (soprattutto a questi ultimi) del partito, oppure modulerà il proprio atteggiamento a seconda delle convenienze? Come si comporterà il partito in Campania in occasione delle prossime Regionali, considerato, per esempio, che quasi tutta la deputazione uscente ha avuto problemi con la Giustizia con la storia dei rimborsi gonfiati? E che dirà Renzi dell’unica candidatura alle primarie per ora in campo, gravata da un’indagine per corruzione (peraltro incentrata su fatti risalenti proprio alla campagna per le Regionali del 2010: elemento che dovrebbe avere il suo peso nell’immaginario dell’elettorato di sinistra), oltre che da un’altra inchiesta (giunta alle conclusioni) in cui risultano essere 9 (nove!) i capi di imputazione contestati dalla Procura? I giornali di ieri informavano che la formalizzazione della “discesa in campo” è avvenuta nel corso di un “vertice” a cui hanno preso parte una cinquantina di primi cittadini, molti già pronti a correre per un seggio in consiglio regionale. In primissima linea, anche un imputato di corruzione aggravata. Difficoltà di comunicazione tra la periferia e il centro, con certe notizie che proprio non riescono ad arrivare a Roma, o deroghe speciali?

Domande tutt’altro che oziose, giacché con il discorso, a metà strada tra l’orazione e il comizio, tenuto all’Assemblea nazionale una settimana fa, il segretario – premier ha stabilito le nuove colonne d’Ercole in materia di “questione morale” (diciamo così). Al primo stormir di fronde, dimissioni da ogni carica pubblica e allontanamento dal partito per chiunque finisca nel mirino della magistratura inquirente. “Non faremo sconti a nessuno. Se c’è qualcuno di noi che ha informazioni o notizie di reato, a nome del Pd vi prego, per rispetto ai volontari della festa dell’Unità salga i gradini di un palazzo di giustizia prima che i magistrati vadano da lui”, ha detto all’Ergife, e per qualche attimo è sembrato di udire il Tonino Di Pietro castigamatti dei bei tempi andati.

Non che i predecessori di Renzi al Nazareno siano stati meno netti: Bersani, ad esempio, non ha avuto riguardi nemmeno per il suo ex braccio destro Filippo Penati. Ma, come sembra dettare tutta l’enfatica narrazione che accompagna la fase dell’ascesa e del consolidamento al potere dell’ormai ex rottamatore, stavolta è diverso. Stavolta sembra (e forse è proprio così) che il “popolo di sinistra” abbia trovato chi è in grado di risollevarlo dalla disillusione strisciante degli anni opachi (si fa per dire, naturalmente). Tutto sommato viene abbastanza semplice ricominciare a credere nella palingenesi della politica per via giudiziaria se a prometterla è l’Uomo della Provvidenza. Una volta tanto schierato dalla parte giusta.

La straordinaria empatia che tiene insieme vertice e base (quasi mai registrata negli otto anni di vita del Pd), e l’onda emozionale sollevata dai recenti scandali, che hanno reso più amari i festeggiamenti per la “storica” vittoria alle Europee, hanno impiegato pochissimo a trasformare questa svolta “eticista” in uno dei tratti costitutivi del nuovo partito di Renzi. Che poi tutto ciò serva solo a sottrarre a Grillo e ai suoi (competition is competition) il monopolio di una materia sulla quale sarebbe saggio e “costituzionalmente” opportuno fermarsi a riflettere e contare fino a cento prima di aprir bocca (ma la presunzione di non colpevolezza è, insieme a quello contenuto nell’articolo 1, il più calpestato tra tutti i principi sanciti dalla Carta) è un dettaglio che al “popolo di sinistra” interessa poco. Sono 35 anni buoni che esso è costituito per buona parte da azzimate tricoteuses che muoiono dalla voglia di veder innalzare patiboli sotto i quali fermarsi a sferruzzare.

Ora, il problema è: il giro di vite annunciato nell’albergone sull’Aurelia che tenne a battesimo l’era Craxi nel Psi, si esaurisce con il sacrificio di Giorgio Orsoni, ex sindaco di Venezia, il quale ha patteggiato una pena di 3 mesi di reclusione per finanziamento illecito, e con il “ripudio” del compagno G, al secolo Primo Greganti, stavolta acciuffato con la mazzetta in bocca, oppure esso si estenderà a tutti i casi in cui esponenti del Pd, per restare dentro la metafora del premier, i gradini dei palazzi di giustizia li hanno scalati non spontaneamente, ma costretti da provvedimenti giudiziari?

Insomma: il “Codice dell’Ergife” è unico, o Renzi ha intenzione di predisporne altri, meno restrittivi, col rischio, esiziale per un “piacione” movimentista come lui, di compromettere la luna di miele in corso con i suoi elettori e il Paese? Tutto considerato, al segretario – premier conviene intervenire subito. Hic Rhodus, hic salta. La Campania può rimettere in discussione (nuovamente) la natura del Pd. O diventare un caso molto imbarazzante.

MASSIMILIANO AMATO

++ Renzi a Pd, chi ha notizie di reato vada da magistrati ++

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