De Mita tra notabilato meridionale e rinnovamento della politica

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26 Maggio 2022 di Massimiliano Amato

Più che al personale politico della Repubblica nata nel ’46 formatosi nel fuoco dell’antifascismo militante e della Guerra di Liberazione, a cui non poteva appartenere per un fatto generazionale, Ciriaco De Mita somigliava a una singolare prosecuzione del notabilato meridionale dell’epoca liberale post risorgimentale. Un ceto politico ancora oggi molto più diffuso di quanto si sia portati a credere, sulle spalle del quale il Sud si è trovato a affrontare (a volte portandola a termine, ma molto più spesso soccombendo) la ripida scalata della modernità nella seconda parte del Novecento. Aveva – dicono – una visione nitida dei problemi dello Stato, e sul punto la discussione è quanto mai aperta. Ma è difficilmente contestabile che ne avesse anche (e soprattutto) una fortemente legata alla gestione del potere partendo da un controllo capillare, quasi asfissiante, del territorio. E, al di là dei ruoli ricoperti (presidente del consiglio, ministro, sottosegretario, presidente e segretario della Democrazia cristiana in uno snodo particolarmente delicato della cosiddetta “Repubblica dei partiti”, in pratica l’ultimo tratto prima della caduta verticale), raramente ha mostrato di possedere la stessa percezione complessiva del Mezzogiorno come grande problema nazionale di un Francesco De Sanctis, o di un Guido Dorso o di un Fiorentino Sullo, solo per rimanere in Irpinia. Se poi questa torsione della prospettiva meridionalista sia stato il portato, il reale punto di caduta, di una pratica politica che ha quasi sempre privilegiato il consenso in luogo del progetto, la gestione a danno della capacità di governo dei problemi e dei fenomeni a essi legati, o piuttosto un’interpretazione originale dell’antica “questione”, è materia sulla quale è giusto si esercitino gli storici negli anni a venire. Di certo, ricordare De Mita come uno degli epigoni di quella tradizione notabilare che al merito antepone la fedeltà, in una concezione del processo democratico come mezzo per l’occupazione del potere e non come strumento a disposizione del cambiamento, non esaurisce totalmente una biografia politica che rimane, com’è ovvio, estremamente complessa, essendosi sviluppata in un arco temporale di più di settant’anni. Un periodo lunghissimo, quasi un’era geologica, affrontato – machiavellicamente – sacrificando spesso la strategia alla tattica. Anche così si spiega la straordinaria longevità pubblica che l’ha portato a morire, a 94 anni, ancora in carica come sindaco della sua Nusco. Da leader nazionale, amico e avversario dei comunisti a fasi alterne, e così anche dei socialisti. In realtà Ciriaco De Mita, il colto e brillante “provinciale” che con geniale intuizione – l’arco costituzionale – aveva fissato finalmente le Colonne d’Ercole della democrazia figlia della Resistenza, spesso ignote soprattutto al suo partito (Tambroni, Segni, l’elezione di Leone), si trovò a gestire il capovolgimento di spartito che la storia aveva consegnato alla dirigenza della Democrazia cristiana con la tragica scomparsa di Aldo Moro. Se lo statista ucciso dalle Brigate Rosse, dal 1963 in poi con Nenni, dal 1976 in avanti con Berlinguer, si era sforzato di sbloccare la politica italiana avendo in mente il grande progetto di ricompattare le grandi masse popolari per favorirne l’integrazione nell’imperfetto sistema partorito dalla rottura dell’unità antifascista del 1947, nei terribili e bui Ottanta, oltre le sue stesse ambizioni De Mita poté opporre solo una sterile, e altalenante negli sviluppi e negli esiti, risposta politicista alle nuove sfide (tutte riassumibili nella necessità di un rinnovamento profondo dello Stato democratico, a partire dai suoi meccanismi di funzionamento) poste dalle mutate condizioni storiche e politiche, sia italiane che internazionali. Il risultato, quasi scontato, fu un ritorno a quella sostanziale ambiguità democristiana che aveva già ridotto a velleità i propositi del primo centrosinistra. Fu a quel punto che i partiti dell’area di governo, rinchiusi nel fortino del pentapartito e privati all’improvviso di un qualsiasi orizzonte strategico, cominciarono a imboccare la china della delegittimazione, ridotti nel migliore dei casi a comitati elettorali, nel peggiore a comitati d’affari, mentre la sinistra comunista, pre e post 1989, si veniva a trovare senza più sponde per i suoi progetti di cambiamento. Di tutto ciò, ovviamente, non si può dar la colpa esclusivamente a De Mita, anche se la gestione della ricostruzione post terremoto rappresenta un piccolo saggio di come una storica opportunità capitata a una delle aree più depresse e povere del Mezzogiorno si sia trasformata, alla fine, nella principale leva di un sistema di potere basato sulla totale discrezionalità nella gestione di giganteschi flussi finanziari pubblici. L’inclinazione notabilare del demitismo si sarebbe addirittura accentuata – colorandosi di un’altra caratteristica nata con l’Italia liberale, il trasformismo – nella parte terminale della carriera politica del leader di Nusco. Quando, costretto a ripiegare su ruoli “locali”, egli si è divertito a esercitare il proprio potere d’interdizione – novello Ghino di Tacco in versione irpina – per determinare le elezioni del Presidente della Regione dal 2000 a oggi con alleanze a geometrie variabili. Con ciò sottolineando, non si sa quanto consapevolmente, i limiti democratici e le criticità di un modello, il regionalismo, alla cui architettura aveva fornito un contributo non convenzionale alla fine degli anni Sessanta. Quando era una “testa d’uovo” della Balena bianca meridionale, formata alla Cattolica, e non ancora l’uomo di potere che sarebbe diventato nei decenni successivi.

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