L’occasione del M5S

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21 gennaio 2016 di Massimiliano Amato

Domenica scorsa, sulla prima pagina dell’inserto campano del Corriere, Paolo Macry segnalava la scomparsa dei partiti a Napoli, dove alle amministrative di primavera a partire con il favore dei pronostici è il sindaco uscente. Un senza partito. E la lista accreditata del risultato migliore dai sondaggi è il Movimento 5 Stelle. In realtà, un non-partito. Le formazioni politiche partenopee – ironizzava, ma non troppo, lo storico della Federico II – hanno preso in parola Mauro Calise, il teorico del “partito personale” che ha dedicato il suo ultimo saggio alla “democrazia del leader”, nata sulle macerie dei meccanismi (e degli organi) della rappresentanza politica tradizionale. E a Salerno? Com’è la situazione nella seconda città della Campania, pur essa chiamata alle urne nel turno di maggio? Diversa, solo in qualche tratto simile a quella napoletana. Nella mappa del potere municipale che le urne ridisegneranno, sulla casella salernitana sarà apposta la bandierina del Pd. Di un partito, cioè, che se comparirà sulla scheda elettorale (sarebbe la prima volta) sarà un vagone agganciato all’ultimo momento al consueto treno di “civiche”. Qualcuna delle quali si sarà tolta pure lo sfizio di sopravanzarlo sul piano dei consensi ottenuti. Ma tant’è: almeno sul piano formale, qui la “democrazia del leader” garantisce, sia pure per interposta persona essendo il capobastone momentaneamente indisponibile, la tenuta elettorale del maggiore partito italiano. Sul piano sostanziale, invece, è notorio che in via Manzo c’è una cosa a metà strada tra un ufficio distaccato del Comune, gerarchicamente subordinato ad esso, l’agenzia di collocamento (negli ultimi tempi soprattutto per i dirigenti di vertice), e un comitato elettorale. E alle viste non c’è un outsider in grado di dinamizzare (almeno) la situazione. Né ci sarà. A Napoli, del ruolo s’è dovuto paradossalmente far carico Bassolino, che per ora sta occupando lo spazio liberatosi con la sparizione dei partiti. Questo spazio altro non è che quello della politica, la grande assente anche sulla scena salernitana. Qui lo scioglimento del Pd nel potere municipale non sarebbe questo gran dramma se almeno ci fosse qualcosa dall’altra parte. Invece, come quotidianamente emerge dalla lettura dei quotidiani, il centrodestra è una (microscopica) galassia indistinta, senza progetto e senza strategie. Insieme, Forza Italia, Fratelli d’Italia e gli alleati minori, non arrivano probabilmente a rappresentare nemmeno un quinto dell’elettorato cittadino. Il clima da regolamento di conti permanente, soprattutto dentro Forza Italia, è leggermente surreale: un ring sul quale volano sganassoni dei quali non si comprende bene il perché e il percome. Fratelli d’Italia è il partito personale di un ex presidente della Provincia che a stento supera il 5%, mentre il Nuovo Centrodestra, in teoria alleato del Pd, è come la temperatura di Potenza nelle previsioni del tempo: non pervenuto. Sarà un miracolo se quest’area riuscirà a compattarsi e a esprimere un candidato che, comunque, a malapena supererebbe il 10%. Non è da escludere, peraltro, che possano esserci avventure civiche solitarie (Cammarota? Sarno? Celano?), ulteriori segnali di disgregazione di quel mondo. Al di là di tutto, comunque, va preso atto che il centrodestra non esiste (non è mai esistito nelle forme organizzate che si è dato dal ’94 in poi) nella società civile salernitana, pure pervasa in larga maggioranza come vuole la tradizione di una città profondamente moderata, da un “sentiment” espressamente riconducibile a quell’area politica e culturale. Uno dei paradossi ormai strutturali della Seconda Repubblica a Salerno. La domanda di rappresentanza politica che non si riconosce più né nel Pd, partito del potere, né (ma solo in minima parte) nei raggruppamenti di centrodestra, andrà presumibilmente a gonfiare le vele del Movimento 5 Stelle. Un non-partito che fa dell’anti-politica il suo tratto distintivo, come sembrerebbe dimostrare l’esito (disastroso in tutti i sensi) della vicenda di Quarto. Sennonché la piega presa dal dibattito al loro interno per l’individuazione del candidato sindaco fa dei grillini salernitani una per certi versi sorprendente eccezione nel panorama regionale e nazionale. La serietà con cui stanno affrontando questo snodo delicato e pericoloso (per i noti rischi di infiltrazioni) minaccia di ridurre a vuoto e infondato stereotipo la loro presunta (sia pur sbandierata) impoliticità. A patto, però, che diano un taglio netto alla questione (individuando il candidato al più presto) e si preparino a rispondere alle aspirazioni di quel 25-27% stimato di elettorato che si auspica una svolta radicale, e che forma in massima parte una richiesta di rappresentanza altamente politicizzata. C’è il rischio infatti che i grillini costituiscano non tanto l’ennesima via di fuga, quanto l’unica risposta (poco importa se plausibile o meno) soprattutto per quanti (e sono tanti) si muovono avviliti e disorientati nel deserto politico, culturale e organizzativo della sinistra cittadina. Fermo restando che, un conto sono le aspettative che si appuntano su di essi, un altro ciò che saranno successivamente in grado di fare. Ma questo si vedrà a tempo e luogo.

MASSIMILIANO AMATO

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