Il Sud tra la Apple e Padre Pio

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27 gennaio 2016 di Massimiliano Amato

Nella settimana dell’annuncio dello sbarco della Apple a Napoli, l’irresistibile boutade della gigantesca statua di San Pio da Pietrelcina da collocare sul Tempone degli Zingari, leopardiano ermo colle che domina il microscopico abitato di Ogliastro Cilento, sembra confezionata su misura per strappare salaci battute alla Littizzetto e risate di scherno (una volta tanto sacrosante) oltre la Linea Gotica. Tuttavia, cortocircuitando significativamente tradizione e modernità le due vicende, per come si sono sviluppate, raccontano più e meglio di centinaia di pensosi saggi la perversa dinamica duale in cui si è infilata la questione dello sviluppo del Meridione. Con una grande realtà metropolitana come Napoli che, sebbene resti incubatrice di malesseri sociali e civili profondi, è improvvisamente investita quasi a propria insaputa da un processo tipico dell’economia globalizzata (un megainvestimento nel settore della tecnologia digitale). E un Sud povero e nascosto che si arrabatta come può e come sa per veder crescere il proprio reddito, smarrendo il senso delle proporzioni. Perché nella società dell’immagine laddove maggiore e più stringente appare la sensazione di isolamento culturale, antropologico ed esistenziale, più forti e pressanti diventano le tentazioni di spararla grossa. Chiariamo un punto. E’ ingiusto prendersela esclusivamente con Michele Apolito, il sindaco del minuscolo centro cilentano che, non potendo contare sull’interesse di Tim Cook per il suo territorio, s’è arrangiato come poteva, mettendosi in testa di erigere un monumento al frate santo che per dimensioni dovrebbe rivaleggiare addirittura con il Cristo Redentore che abbraccia la baia di Rio de Janeiro e attrarre, conseguentemente, milioni di turisti. Soprattutto, colpevolizzare il primo cittadino di Ogliastro non aiuta a comprendere la complessità (e la vastità) del problema di cui la vicenda di cui è protagonista è solo una cartina di tornasole.

Pronto a spendere 150 milioni di euro di fondi Ue per realizzare il progetto (50 milioni in più dell’investimento di Cisco in Italia, tanto per rimanere in tema di innovazione digitale), Apolito si muove dentro una linea diffusa e sufficientemente intellegibile di malcelata superficialità, manifesta inadeguatezza e populismo spicciolo. Una tendenza, un modo d’essere (e s-governare) che affoga nel gigantismo di opere costose, inutili e dannose l’incapacità, fattasi strutturale, di buona parte delle classi dirigenti meridionali non di pensare lo sviluppo in termini nuovi (che significherebbe chiedere obiettivamente troppo), ma di pensarlo e basta. Togliete ai sindaci del Sud il gusto della facile scorciatoia e della trovata un po’ smargiassa, spaccona, e vi ritroverete a fare i conti con il nulla. Concettuale. Politico. Programmatico.  Il medesimo vuoto metafisico che avvolge le politiche (?) governative per il Mezzogiorno. I due “nulla” si tengono a meraviglia, avendo un comune terreno di coltura. Perché crocifiggere il povero sindaco di Ogliastro, infatti, se tutte le volte che si parla di Sud più che idee, progetti, programmi, dal livello politico-istituzionale più alto a quello più basso non vengono agitate che suggestioni? Perché dargli addosso se alla fine egli si è solo sforzato di declinare, nel suo piccolo pur se nella maniera più pittoresca possibile, la “linea”, ancora di recente ribadita dal premier nel corso della sua visita alla Reggia di Caserta, che vede nel Sud un gigantesco e indistinto baraccone turistico, dell’ampiezza di diverse migliaia di chilometri quadrati? Un grande contenitore all’interno del quale, a rigor di logica, dovrebbe diventare sempre più marginale qualsiasi processo di produzione di merci e beni di consumo (quindi anche le App per gli i-Phone e gli i-Pad?), presumibilmente per non deprimere la vocazione del territorio. Sul quale, in base a questa balzana concezione delle dinamiche di sviluppo, la sovrabbondanza di beni culturali e risorse naturalistiche, insieme al trinomio fede-tradizione-folklore (da più di un secolo materia di studio da parte degli antropologi di tutto il mondo), dovrebbero bastare a garantire redistribuzione del reddito, piena (o quasi) occupazione, crescita economica e sociale per diverse generazioni. Oltre, dulcis in fundo, a trainare la “ripartenza” (citazione quasi testuale dal discorso di Caserta) dell’intero Paese. Qualsiasi economista, a qualunque scuola egli appartenga, giudicherebbe quanto meno immaginifica, sicuramente immatura, questa impostazione.

E’ impensabile che il Mezzogiorno possa tirarsi fuori dalle secolari condizioni di arretratezza economica e sociale, per di più aiutando il Paese a rialzarsi dalla drammatica congiuntura in cui continua ad annaspare, semplicemente contando sull’effetto-Florida, dallo stato americano simbolo di un’economia fondata esclusivamente sul turismo. Eppure, nonostante quello che suggeriscono sia la teoria economica classica, che i più moderni e avanzati indicatori, e malgrado la lezione della Storia (che Renzi e i suoi evidentemente ignorano), questa banale approssimazione è stata ultimamente santificata come linea ufficiale dell’esecutivo sul Sud. In parte compromessa dalla “sorpresa” annunciata da Cupertino, che apre scenari inimmaginabili, ma che è come il classico dono piovuto inaspettatamente dal cielo. Il rottamatore è stato solo molto lesto di pensiero e di favella, battendo sul tempo uno stranamente lento di riflessi de Magistris. L’ha afferrato al volo e spacciato per un suo successo. Nel suo piccolo, invece, Apolito, che pure potrebbe puntare su diversi chilometri di costa incontaminata e su un patrimonio naturalistico, culturale ed enogastronomico di tutto rispetto ma si è incapricciato per il cosiddetto “turismo religioso”, si è uniformato al vuoto progettuale generale. Approfondendo, suo malgrado, il baratro che si va sempre più allargando tra i due Sud.

MASSIMILIANO AMATO

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