L’affaire Cosentino e il Senato che verrà

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16 gennaio 2013 di Massimiliano Amato

Basterebbero una ventina di paginette a smontare tutto. A consegnare la ricandidatura di Nicola Cosentino, ex sottosegretario all’Economia, ex coordinatore regionale del Pdl campano, alla sua vera (e inquietante) dimensione di vulnus inferto al regolare confronto democratico, con possibili, pesantissime, ripercussioni nazionali, stante l’importanza che gli effetti perversi del Porcellum assegnano alla Campania nella formazione di maggioranze stabili a Palazzo Madama. Sono le venti pagine dell’ordinanza depositata il 21 dicembre scorso con la quale il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Napoli Eduardo De Gregorio, chiamato a pronunciarsi su un’istanza difensiva di revoca di una misura cautelare, delimita (con largo anticipo sui tempi) l’ampiezza del nuovo sprofondo in cui ora rischia di precipitare la Campania. Il magistrato non si limita a giudicare genericamente “inopportuna” la ricandidatura di Cosentino. Non potrebbe neppure visto che, se lo facesse, emetterebbe un giudizio politico che non gli compete. No: sull’“opportunità politica” il gup De Gregorio, correttamente, non si pronuncia. Però va oltre, parecchio oltre. Dice che la riproposizione di Cosentino in una qualsiasi lista di candidati costituirebbe un forte elemento di “condizionamento della competizione elettorale”. Condizionamento che si può desumere, continua, non solo “da comuni regole di logica e di esperienza”, ma anche da quanto “finora raccolto dalle indagini”. Come le recenti dichiarazioni di un nuovo collaboratore di giustizia, Orlando Lucariello. O le emergenze investigative confluite nel processo per concorso esterno in associazione camorristica in corso davanti al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, in cui “si fa riferimento al sostegno elettorale che sarebbe stato garantito (all’esponente del Pdl, ndr) in plurime elezioni locali e nazionali”. Insomma, per usare una metafora calcistica, siamo alla vigilia di una partita delicatissima il cui esito non è pronosticabile: in compenso, però, abbiamo già la ragionevole certezza che una delle squadre in campo giocherà molto sporco. E a trasmettercela non sono quei comunisti irredimibili dei pubblici ministeri antimafia, ma un giudice terzo. Una figura, quella del “giudice terzo” che, finora, non ha mai fatto sconti a Cosentino: vogliamo ricordare i tre appelli respinti (Cassazione compresa, arrivata a definire “socialmente pericoloso” l’ex sottosegretario) avverso la prima ordinanza di custodia cautelare in carcere? O quella pronuncia del Riesame (altro giudice terzo) sul secondo procedimento (“Il Principe e la (scheda) ballerina”) in cui la costruzione di un centro commerciale in agro di Casal di Principe, viene definita “un’operazione di riciclaggio da manuale” (e Cosentino è imputato di corruzione aggravata dal metodo mafioso)? Nel riportare la notizia dell’ordinanza di De Gregorio, a dicembre, i giornali hanno parlato di “voto di scambio” (cfr. la Repubblica, ed. Napoli, venerdì 28 dicembre 2012, pagina VII). A torto? A ragione? Se ci ragioniamo un po’ su, forse arriviamo al cuore del problema di cui tanto si discute in questi giorni. Voto di scambio, dunque: un do ut des che avrebbe al centro (si ipotizza) la figura dell’ex sottosegretario. Ma un do ut des con chi? Con l’elettorato di riferimento, si presume. Che naturalmente è vasto ed eterogeneo, e non circoscrivibile alla sola Casal di Principe e alle zone immediatamente limitrofe, con tutto ciò che ne potrebbe eventualmente derivare rispetto alla presunta natura “mafiosa” del consenso. E però quella enorme massa di voti si sarebbe in buona parte formata, in un arco di tempo anche abbastanza lungo, nel segno di una opacità su cui sono puntati i riflettori di ben due processi: il primo a dibattimento da circa due anni, il secondo prossimo ad approdarvici: la prima udienza è fissata per la prossima settimana, il 23 gennaio. Con diversi pentiti che definiscono Nicola Cosentino “il referente dei clan casalesi” nella politica nazionale. Se questo è dunque il quadro, a cui va aggiunto non tangenzialmente l’ulteriore elemento della “indispensabilità” della dotazione personale di consensi dell’ex sottosegretario per il raggiungimento del premio di maggioranza al Senato da parte del Pdl in Campania, si comprende come la “tesi” del gup De Gregorio non sia completamente campata in aria. Non solo: ma anche come questa vicenda rappresenti fin d’ora una pesantissima zavorra morale per la prossima legislatura repubblicana, dal momento che i risultati elettorali della Campania saranno determinanti per i futuri equilibri politici e di governo nazionali. A Cosentino sia la candidatura che i voti per la rielezione servono per evitare, attraverso la “proroga” dell’immunità parlamentare, che le due ordinanze di custodia cautelare “congelate” dal Parlamento vengano eseguite. E il pericolo di una “reiterazione” di parte dei reati per i quali è alla sbarra (e per i quali ben due gip hanno disposto il suo arresto) è quanto mai concreto. Al suo destino personale è appeso quello del suo partito, che non può fare a meno dei suoi voti. Reciproche convenienze ricamate sulla pelle dell’elettorato campano. O, se si preferisce, l’immortale (e anche un po’ banale) figura retorica del cane che si morde la coda. In entrambi i casi, l’effetto è l’introduzione di profonde turbative nel libero gioco democratico. Una forma grave di inquinamento della normale dialettica elettorale che non può essere taciuta.

Massimiliano Amato

copertina casalese

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