Il Pd e la questione meridionale

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27 febbraio 2013 di Massimiliano Amato

E’ francamente parecchio sommaria, liquidatoria e superficiale l’analisi che Pierluigi Bersani fa della disfatta del Pd e del centrosinistra nel Mezzogiorno. Sissignore, cominciamo a chiamare le cose con il loro nome: si tratta di una disfatta. Tanto grave quanto largamente annunciata. Dire, come fa il segretario, che laddove più si sta facendo sentire la recessione maggiore è stata la capacità di penetrazione di “messaggi semplificati” (l’allusione è, chiaramente, alla tenaglia populista stretta da Berlusconi e da Grillo) significa enunciare un teorema di abbastanza semplice dimostrazione che, però, sul piano politico (e storico) non spiega assolutamente niente. Piuttosto, la sortita ha tutta l’aria di un maldestro tentativo di autoassoluzione, che colloca Bersani in perfetta continuità con ciò che la sinistra è stata negli ultimi vent’anni. Qualcosa che ha parecchio a vedere con l’inestirpabile “complesso di superiorità” costato sconfitte su sconfitte.  La (breve) disamina pronunciata dal segretario sembra, a prima vista, fondarsi due elementi.  Il primo è addirittura offensivo per l’elettorato meridionale, immaginato come una tribù di trogloditi che ragionano (e votano) solo con la pancia; il secondo fotografa l’afasia programmatica e progettuale, e la pressoché totale, agghiacciante, incapacità del gruppo dirigente del maggiore partito della sinistra italiana di misurarsi con la disperazione di un territorio popolato da venti milioni di persone, un terzo esatto della nazione con un reddito medio da paese in via di sviluppo, un pil con oscillazioni da Africa subsahariana, una criminalità, organizzata e no, feroce e arrembante. Niente di nuovo sotto il sole, purtroppo: Bersani, anche lui, è cascato – in verità lo ha reiteratamente fatto molto prima della conferenza stampa post elezioni– in una sorta di coazione a ripetere che lo avvicina molto ai suoi predecessori. Sono venti anni più o meno esatti che i massimi dirigenti della sinistra italiana hanno abbandonato il Mezzogiorno al proprio, desolante, destino. E’ stato un disimpegno scientifico. Deliberato. Consapevole. Lo scrive, con ricchezza di riferimenti storici e la consueta lucidità di analisi, Isaia Sales nel suo ultimo libro, “Napoli non è Berlino”, uscito meno di un anno fa per i tipi di Dalai editore.

LA TROIKA. Ridotta all’osso, la tesi di Sales è più o meno questa: con la cosiddetta “troika” D’Alema-Veltroni-Fassino, l’asse culturale (e quindi programmatico, politico) del partito erede della tradizione comunista si è geograficamente spostato parecchio sopra la linea del Garigliano. In parte per un cinico calcolo di convenienza (con l’astuto romano-salentino D’Alema degli anni ruggenti, che considerava la Lega una costola della sinistra e puntava a “costituzionalizzarla” per sottrarla alle lusinghe del Cavaliere), un po’ per afasia politica e progettuale (con l’immaginifico romano Veltroni, ossessionato esclusivamente dalla “spendibilità” mediatica di ogni iniziativa: il Mezzogiorno, si sa, ha avuto e ha scarso appeal sotto quest’aspetto), in parte per insensibilità congenita e lontananza culturale (con l’aristocratico piemontese Fassino che, da segretario dei Ds, prende a male parole lo stesso Sales nel corso di una drammatica telefonata sul “caso Cirillo”, chiudendola con un emblematico “Andate a lavorare voi napoletani”). Insomma, la settentrionalizzazione coatta della politica italiana, che ha rappresentato (e tuttora rappresenta) uno dei caratteri distintivi della Seconda Repubblica oggi morente, ha trovato un’autostrada a più corsie nel maggiore partito della sinistra, nel cui Pantheon dovrebbero (e mai condizionale fu più d’obbligo) trovare posto Gramsci e Amendola, De Martino e Salvemini, Rossi Doria e Dorso, Villari e Nitti.

IL “PARTITO NAZIONALE”. Questa indifferenza (quando non addirittura manifesta ostilità, come nel caso di Fassino) per il Sud ha finito con il diventare uno dei tratti costitutivi del nuovo partito, in netta antitesi peraltro con quella “vocazione nazionale” che ha cercato di cucirgli adosso (a questo punto possiamo dirlo: del tutto artificiosamente) la fin troppo fervida elaborazione del gruppo di superstiti togliattiani raccolti nel cenacolo dell’Istituto Gramsci, da Beppe Vacca ad Alfredo Reichlin. Come si fa a definire “nazionale” un partito che sta volontariamente rinunciando al proprio storico radicamento in un terzo del Paese? Del resto, negli anni in cui esso ha avuto responsabilità di governo nazionali, nessuna politica “strutturale” per il Sud è stata messa in campo. Anzi. il gruppo dirigente dell’ex Pci-Pds-Ds-Pd ha sposato la tesi leghista del Sud come luogo della dissipazione delle risorse statali e comunitarie, a detrimento dei “virtuosi” territori del Nord, proprio mentre gli investimenti pubblici nel Mezzogiorno andavano in picchiata. Gli ultimi tentativi di riconnettersi alle esigenze del Sud risalgono all’esperienza del primo governo Prodi (1996-98), con la “programmazione negoziata” del trio Ciampi-Barca-Sales. Da allora, se si eccettua la meteorica esperienza di Antonio Bassolino al ministero del Lavoro (governo D’Alema) il Mezzogiorno ha cambiato ruolo nell’agenda della politica nazionale: da possibile risorsa è diventato un problema, da opportunità si è trasformato in un fardello ingombrante, insostenibile. Da accantonare. E, infatti, è stato accantonato. E se la cosa nel campo del centrodestra una sua logica, seppur perversa, ce l’ha (l’abbraccio tra il Cavaliere e la Lega, e i diktat del Carroccio, cui Berlusconi non ha potuto e saputo sottrarsi), rapportata al maggiore partito della sinistra è incomprensibile: molto opportunamente, nel saggio richiamato, Sales ricorda come sia stato proprio durante una stagione di governo della sinistra che la parola Mezzogiorno è stata cassata dalla Costituzione.

IL CASO CAMPANIA. L’indifferenza politico – programmatica è diventata aperta ostilità, e dato luogo ad una serie di cruenti regolamenti di conti interni, quando il Pd si è trovato di fronte al caso Napoli, città simbolo di tutti i guai del Mezzogiorno. Tra tutti i dirigenti dell’ex Pci, Antonio Bassolino è stato quello a cui il nuovo partito ha riservato il trattamento peggiore, con un accanimento paragonabile, forse, solo a quello usato nei  confronti di Occhetto. La sua esperienza di governo quasi ventennale è stata brutalmente archiviata sull’onda dello scandalo rifiuti: il Pd ha evitato accuratamente qualsiasi rielaborazione in chiave critica di quanto era accaduto, come pure sarebbe stato giusto, logico e salutare fare, non fosse altro perché nel campo avverso, quello del Pdl, la percentuale di “impresentabili” per gravissimi motivi riguardanti l’etica pubblica lievitava di giorno in giorno. Sulla doverosa riflessione ha fatto premio un gigantesco quanto repentino processo di rimozione: l’ansia del “nuovo” ha prevalso su tutto il resto. Bersani non ha dovuto metterci niente di suo, ha semplicemente portato a compimento un’opera avviata da Fassino e condotta, con determinazione degna di miglior causa, da Veltroni: nel 2008 l’ex sindaco di Roma si spinse ad affermare di aver perso il match elettorale con Berlusconi per colpa della monnezza napoletana (!). Mentre la leadership di Bassolino – discutibile finché si vuole a causa delle degenerazioni personalistiche e delle derive di potere, ma pur sempre legata ad una visione complessiva del ruolo del Mezzogiorno nel contesto nazionale e continentale – declinava (o veniva fatta declinare?), il partito nazionale si spostava su una specie di schema federativo, che si reggeva e si regge su una serie di sultanati locali, di dimensioni enormemente più ridotte rispetto al caso napoletano, pervicacemente abbarbicati alla cultura della gestione tout court, ma soprattutto assolutamente autocentrati e autoreferenziali. L’esempio più eclatante viene proprio dalla Campania e ha un nome e un cognome: Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno. Uno che del partito si serve quando ne ha bisogno, salvo poi sparare a palle incatenate quando le cose non girano per il verso che a lui garba di più. Un “naif” che interpreta la “linea” con flessibilità estrema, soprattutto in tema di diritti civili e immigrazione.

IL SUD NON E’ PIU’ UNA SPECIFICITA’. Nonostante sia censurabile su quasi tutto, però, De Luca è anche uno dei (rarissimi) simboli, ancorché supportato da una “benevolenza” perfino sospetta da parte del livello centrale, di autonomia dei territori, perché l’altro metodo che in questi anni ha corso in parallelo allo schema della federazione di capibastone è stato quello della colonizzazione. Il fenomeno dei candidati “paracadutati” esploso nel 2008 ha trovato un’applicazione ancora più massiccia nelle ultime elezioni. In alcuni casi stravolgendo perfino il verdetto delle “parlamentarie”, nei collegi meridionali è stata dirottata la parte più cospicua della “quota Bersani”. Chiaro il segnale: al Sud dev’essere negata la possibilità di autorappresentarsi, e nello stesso tempo di autodeterminarsi. Perché è ormai di palmare evidenza che, nello schema concettuale della dirigenza Pd, il Sud non rappresenta più quella “specificità” che ha costituito uno degli assi intorno al quale ha ruotato buona parte, probabilmente la più originale, dell’elaborazione politica del Pci nella storia repubblicana, e non solo. E’ estrema periferia: da due giorni, il più grande, diffuso e autorevole dei quotidiani vicini al partito, Repubblica, s’interroga con Curzio Maltese, una delle sue firme di punta, sui motivi dell’insuccesso di Bersani al Nord. Non un rigo, nell’edizione nazionale, sulla catastrofe elettorale di Campania (dove in molte aree il Pd è terzo partito, dopo Pdl e M5S), Calabria, Sicilia e Puglia, unica eccezione la Basilicata.

LA PARABOLA DI RANIERI. L’effetto più immediato del disinvestimento del Pd al Sud è stato, naturalmente, la mancata affermazione di una forte leadership autoctona: ai tentativi soffocati dal centro si sono sommate le cooptazioni, con risorse anche importanti dislocate su altri scacchieri. Quello più paradossale, che da solo fornisce il senso di quello che è accaduto, è un altro. A queste elezioni il Pd si è presentato, per la prima volta forse nella storia delle organizzazioni politiche della sinistra, senza un responsabile Mezzogiorno. L’ultimo è stato Umberto Ranieri, erede di quella tradizione amendoliana che tanti originali contributi ha fornito al meridionalismo di marca comunista, presidente della Fondazione Mezzogiorno Europa che, dicono i rumors, al termine del settennato Giorgio Napolitano intende utilizzare per continuare ad esercitare la sua “moral suasion” sulla sinistra e sulla politica nazionale e internazionale in generale.  Negli ultimi due anni, Ranieri ha tentato di mettere insieme i cocci di un partito in frantumi sui territori meridionali, con un incarico “a progetto”. Una sorta di co.co.pro., nel segno della precarietà e della flessibilità più spinte, dunque (e non è una battuta). Ha gettato la spugna immediatamente prima delle elezioni, sfilandosi dalle parlamentarie e tenendosi (come del resto il suo storico “nemico” interno Bassolino) a debita distanza dalla campagna elettorale del partito. Ecco, nella sofferta parabola di questo dirigente di lungo corso, si può riassumere la patologia che mina il rapporto tra il Pd e un terzo del Paese. Perché, anche volendo ottimisticamente pensare che prima poi passerà il tempo in cui, per dirla con Calvino, “il meglio che ci si può aspettare è di evitare il peggio”, senza una radicale inversione di rotta la condanna all’irrilevanza, politica ed elettorale, è veramente dietro l’angolo.

Massimiliano Amato   

bersani

One thought on “Il Pd e la questione meridionale

  1. Virgilio Gai ha detto:

    tutto da condividere.

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