IL PD E LA LOGICA SCRITERIATA DEL “TANTO PEGGIO TANTO MEGLIO”

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25 marzo 2018 di Massimiliano Amato

Per circa mezzo secolo, dal 1946 al 1994, la Dc ha vinto tutte le elezioni, con l’unica eccezione delle Europee del 1984, quando il Pci la sorpassò, sull’onda emotiva sollevata dalla prematura scomparsa di Enrico Berlinguer. A urne scrutinate, chi aveva vinto si preparava alla prova del governo, chi aveva perso si leccava le ferite, interrogandosi, spesso molto a lungo, su cosa o dove avesse sbagliato nell’interlocuzione con l’elettorato. Mai si è sentita, o letta, una dichiarazione di un esponente comunista, o socialista, o di un qualsiasi altro partito concorrente della Dc, che liquidasse la sconfitta come il frutto di un abbaglio preso dall’elettorato. Il patto democratico si fonda sul riconoscimento della vittoria dell’avversario, che poggia sull’assunto che il verdetto popolare è sacrosanto. L’impressione che si va facendo strada in questi giorni è che le pesanti torsioni politico-culturali a cui Renzi ha sottoposto il Pd abbiano capovolto un paradigma pacificamente accettato (anche perché l’unico possibile) per tutta la prima parte della storia repubblicana. Nell’analisi renziana del catastrofico risultato del 4 marzo – sì, catastrofico: la sinistra, come ha ricordato Peppe Provenzano è tornata ai livelli elettorali del 1924 (legge Acerbo): prima o poi qualcuno dovrà pur dirlo, all’ex segretario, e anche al nuovo  –  non c’è assolutamente spazio per l’autocritica. Al suo posto continua a montare una rabbia a stento trattenuta verso gli elettori, i quali non avrebbero compreso né le presunte mirabilie del Pd nei cinque anni in cui ha governato né ciò che avrebbe fatto in caso di vittoria nelle urne. Colpa loro, degli elettori, non certo del partito che non è stato in grado di spiegarglielo, anche se così sembra un banale problema di comunicazione politica. Colpa, dunque, degli 11 milioni, quasi 12, di italiani che hanno votato i 5Stelle, e dei circa 7 che hanno scelto la Lega. Quasi venti milioni di populisti, fascisti, xenofobi, antieuropei. E, nella variante campana, camorristi: De Luca dixit (De Luca!). In pratica, saremmo circondati.

Ora, non bisogna fare nessuno sforzo per immaginare che un simile atteggiamento autoassolutorio è inevitabilmente destinato a procrastinare l’agonia elettorale del Pd, che da forza stabilizzatrice del sistema si sta velocemente trasformando in forza antisistema. La scelta di rimanere fuori dalla partita per la presidenza delle Camere rientra in questa dinamica, involontaria fino a un certo punto. Nel proporzionale (l’unica cosa che conta, visto che con il maggioritario abbiamo eletto solo il 36% dei parlamentari) il Pd è il secondo partito. Forza Italia, che è il quarto, ha portato a casa la presidenza del Senato. Trascinando sull’Aventino 7 milioni di voti, Renzi dimostra vieppiù che la sua strategia è quella del “tanto peggio tanto meglio”. Una formula che nei Quaderni Gramsci definisce “scriteriata”: ma è ormai acclarato che i suoi scritti non rientrano tra le letture preferite dal gruppo dirigente democrat. La bussola che sembra orientare il Pd sembra una sorta di “sfascismo” nei toni e nella sostanza irresponsabile, dettato più da uno stato d’animo revanchista (e quindi profondamente, intimamente, culturalmente di destra) che da un calcolo o ragionamento politico.

Nel vecchio Pci esisteva una formula: la “responsabilità nazionale”. Pur essendo vittima di una “conventio ad excludendum” che per mezzo secolo lo ha tagliato fuori dal governo del Paese, in tutti gli snodi più delicati della vicenda repubblicana il principale partito di opposizione non si è mai tirato indietro per puntellare l’edificio della democrazia italiana. Fu anteponendo il principio della responsabilità nazionale agli interessi di bottega che, dal 1976 e fino a tutto il 1992, esso mise a disposizione di una delle principali istituzioni democratiche, la Camera dei Deputati, due dei suoi maggiori esponenti: Pietro Ingrao e Nilde Iotti. Rompendo con questa tradizione Renzi, gonfio solo di sordo rancore verso il popolo che gli ha voltato le spalle, dimostra – qualora ce ne fosse ancora bisogno – di essere completamente sprovvisto di senso dello Stato. Ha senso del potere, e gli elettori italiani lo hanno abbondantemente capito.

E’ per questo, ma anche per tutto ciò che avverrà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, con la prevedibile e già annunciata autoesclusione da qualsiasi ipotesi di partecipazione al governo con i 5 Stelle (con il retropensiero renziano, però, che in caso di fallimento di un tentativo di Di Maio si possa riproporre l’inciucione con Berlusconi e governare con lui), che il verdetto del 4 marzo rischia di trasformarsi, per il Pd e il suo gruppo dirigente, in una sentenza inappellabile. E sette milioni di italiani, in maggioranza appartenenti a quel ceto medio riflessivo che dal Pd (e dal suo generico progressismo) ancora si sentono rappresentati, rischiano di scivolare ai margini del sistema.

One thought on “IL PD E LA LOGICA SCRITERIATA DEL “TANTO PEGGIO TANTO MEGLIO”

  1. Giuseppe D'Antonio ha detto:

    Il tuo discorso ha più di un difetto di fondo. Il primo, citi sette milioni di elettori e di essi non hai alcuna fiducia, anzi li consideri del cerebro lesi non in grado ci capire, orientare, modificare un percorso politico che ci ha portato a una delle peggiori sconfitte della sinistra (noto con piacere che il PD, da sconfitto, è rientrato nella famiglia della sinistra cui lo aveva proditoriamente allontanato fino a qualche tempo fa). Sbagli nello schiacciare tutto il partito sulle posizioni di Renzi, soprattutto quello della, questa sì, pessima conferenza stampa di “analisi del voto” e dell’annuncio delle “dimissioni”. Tutti i rappresentanti del PD hanno correttamente parlato di sconfitta storica, di catastrofe, di pesantissimo ridimensionamento, qualcuno si è spinto fino al punto di annunciare una sostanziale fine del partito. Dunque, il PD non è quella morta gora che tenti di accreditare. Ovviamente l’analisi è ancora in abbozzo, ma questo lo comprendo. E’ come chiedere a un pugile che ha preso un sonoro KO alla decima ripresa di spigare la “Metafisica dei costumi” di Kant. E’ onesto pensare che ci vorrà tempo, è tanto più onesto credere che annullare il ruolo del PD sia un danno per l’intero paese (ma quest’ultima è una mia opinione, molti credono che i due vincitori premono per tornare alle urne e incassare il risultato pieno. Si vedrà). Seconda considerazione. La tentazione del tanto peggio, tanto meglio in realtà c’è, ma aggiungo che al momento non potrebbe non esserci. Tutti i commentatori, meglio una buona parte di essi, continuano a dire che sarebbe necessario che il PD si rendesse disponibile a un governo con il Movimento 5 Stelle, senza considerare che i penta stellati, per ora, si sono mossi in senso contrario e che, comunque, nessuna apertura, richiesta, proposta è venuta. Il che porterebbe il PD rendersi disponibile a sostenere un governo, o addirittura entrare in un governo di coalizione, senza che nessuno glielo abbia chiesto. Ora sei troppo attento osservatore per non sapere, molto meglio di me, quali sono stati i rapporti tra PD e “grillini”, Sono volati gli stracci in più di un’occasione, si ò parlato di delinquenti, mafiosi, collusi con la camorra, mani sporche di sangue dei “nostri figli” e via celiando. Personalmente non credo che questi elementi coreografici siano di impedimento a una potenziale alleanze (e ti dico che io sono tendenzialmente favorevole, e mi costa perché sono stato furiosamente contrario alla loro cultura politica), ma il vero tema è: tra le tante interne al movimento, quale prevale? Non ti sarà sfuggito che Fico celebra la centralità del parlamento, l’istituto più alto della democrazia rappresentativa avversata da Casaleggio e C., l’antifascismo (ignorato o addirittura irriso da alcuni suoi sodali) e le istituzioni repubblicane, che pare dovessero essere rovesciate dalle truppe pentastellate. In realtà, siamo ancora in uno stato aurorale di ciascuna cosa che può nascere e può assumere più forme.
    Non credo che il PD potesse giocare un ruolo nell’elezione dei rappresentanti di Camera e Senato – certo poteva provarci, ma vale quello che ho scritto poco sopra – tuttavia non puoi ridurre tutto a: ” il PD è il secondo partito”. No è il terzo escluso aristotelico: perde come partito e come coalizione arriva terzo e non secondo. Non c’è nessuna Aventino né ci sarà, spero.
    Torno sull’argomento appena accennato. Io non sono affatto sicuro che un appoggio esterno al governo, concordato sul piano politico e che non veda Di Maio premier, possa portare alla distruzione del PD, ma non escludo l’eventualità. Tuttavia c’è in gioco il Sud e forse per questo il rischio dovrebbe essere corso.
    Fraterni saluti
    Peppe D’Antonio

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