La settimana horribilis del governatore

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20 novembre 2016 di Massimiliano Amato

C’è da sperare che almeno oggi, giorno in cui finanche Domineddio puntò la sveglia un po’ più tardi brevettando il concetto di relax, ci risparmi altri choc, acconciandosi a santificare la festa. Ma, a occhio, ci sono due buoni motivi per dubitare che accetterà. Il primo, scontato, è che l’altissima concezione che ha di sé lo dispensa da qualsiasi obbligo, essendo il divino una categoria a cui egli si sente iscritto di diritto. Il secondo, molto più terra terra, è che questo è un periodo in cui proprio non ci si può fermare. E anche oggi, che era giornata ideale da dedicare a susamielli e roccocò sotto l’artistica volta delle luci da lui stesso disegnate, Vincenzo De Luca dovrà occuparsi dei SI da far uscire dalle urne del referendum. Il che significa: incontri pubblici, comizi, convegni, con la “delinquenza giornalistica” sempre in agguato. A telecamere accese. Ma anche spente: e lì iniziano i problemi. Ah, il referendum! Quanti sacrifici e pizzichi sulla pancia in nome suo. Perfino le scuse alla Bindi: fatto unico nella Storia. E non perché sia la prima volta che qualcuno chiede perdono alla presidente della Commissione Antimafia (Berlusconi, per esempio, ne disse anche di peggiori, o di più perfide, e non l’ha mai fatto). No: a memoria d’uomo, è la prima volta in assoluto che ciò avviene nella vita del presidente della Regione. Almeno quella pubblica. E a questo punto, nella Piedigrotta a combustione lenta (ma scoppiettante) che l’ha visto protagonista negli ultimi sette giorni, un’assortita e assordante composizione di tracchi che fatti esplodere a cadenze più o meno regolari durante tutto l’arco della settimana hanno coperto ogni altro rumore, sia consentito inserire un’interruzione, una prima riflessione. Stabilendo i termini a difesa, come direbbe un avvocato. Perché De Luca si è pubblicamente prostrato, il capo cosparso di cenere (la qual cosa dovrebbe far scattare la corsa ai botteghini del Lotto, data la quasi certa irripetibilità dell’evento) nell’unica circostanza in cui avrebbe potuto tranquillamente farne a meno. A cotanta mortificante Canossa costretto, novello Enrico IV, dal referendum, appunto. E quindi dal più grande, stridulo, nonché stonatissimo, festival dell’ipocrisia degli ultimi anni. Impiccato ad una frase che, in napoletano, “te pozz’n’ accirer’” è usata talvolta perfino in senso affettuoso. E’ vero, Orfini, Serracchiani, Guerini, lo stesso premier e buonissima parte dei componenti del malmostoso coro degli scandalizzati possono invocare l’esimente della mancata conoscenza del dialetto campano. E, in un empito di generosità, il suo riconoscimento andrebbe esteso anche a Roberto Saviano, che vivendo all’estero già da dieci anni potrebbe aver dimenticato la lingua natia. Ma dicendo questo ci piglieremmo comunque in giro, giacché il cuore della questione travalica l’annoso corpo a corpo tra il nostro e i rappresentanti dell’informazione (che sono tali sempre, anche quando hanno spento il microfono o riposto la penna e il taccuino: ma De Luca, imperterrito, continua a far finta di ignorarlo) per invadere completamente il campo dell’attualità politica più stretta, quello in cui si sta giocando la partita referendaria. Galvanizzato dalla polvere della battaglia, il presidente della Regione la sta conducendo a modo suo. Ballando cioè lungo il sottilissimo crinale sul quale si muove da sempre: di qua l’appartenenza all’establishment, termine tornato di moda nella dinamica comunicazionale con la vittoria di Trump, di là le pulsioni antipolitiche che gli vanno a far visita molto spesso. In realtà, l’uomo è fatto così: la bonaccia lo stressa, appena le onde s’increspano, lui lancia la sfida al mare. Ad esempio. Dove lo trova, Renzi (e torniamo ai tracchi della settimana), uno che ci mette la faccia annunciando 200mila assunzioni nella P.A., per finanziare le quali dovremmo prima abbattere almeno del 30-40% il debito pubblico, cosa realizzabile, con l’attuale andamento dell’economia e dei conti dello Stato, non prima di un secolo, secolo e mezzo? Certo, in mezzo c’è stato un piccolo “fraintendimento” (testuale) con il presidente dell’anticorruzione. Lì il delicato equilibrio su cui si fonda il renzismo inteso come categoria della politica ma anche come tecnica di gestione del potere ha seriamente vacillato, perché sono entrate in conflitto le due anime del fenomeno, quella della rispettabilità istituzionale incarnata da Raffaele Cantone, e quella pop e barricadera, rappresentata dal nostro. Ma insomma: “io non volevo dire questo” e “De Luca ha ragione quando parla di una falsa anticorruzione”, e tutto si è sistemato nel giro di 24 ore. Fatto salvo che chi lo conosce bene sa che l’anatema scagliato dal governatore contro “lacci e lacciuoli” è sincero. Ma tant’è: in tempi ambigui, trionfi la doppiezza. E la riunione del Ramada con il discorso ai 300 sindaci campani, che ha fatto il giro del web? Un capolavoro. Come demolire in soli 26 minuti mesi di complicatissimi ragionamenti di professoroni, parrucconi del SI e del NO, paladini della Costituzione nata nel ’48 e riformatori aggressivi. Il referendum? “Non me ne fotte niente” (testuale). Serve a Renzi? Renzi mi ha dato i soldi? Chi mi cresima mi è compare. Viva la sincerità! Però oggi, almeno oggi, tiriamo il fiato.

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