Sanders, Hillary e gli zombie dei campus

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10 novembre 2016 di Massimiliano Amato

Se dovessero trovare conferma le accuse formulate dall’ex presidente dell’Honduras Manuel Zelaya in un’intervista pubblicata dall’Espresso di questa settimana, nel 2009, quando era Segretario di Stato dell’Amministrazione Obama, la signora Hillary Diane Rodham maritata Clinton avrebbe fatto, nella piccola repubblica centroamericana, più o meno la stessa cosa che fece nel 1973 in Cile Henry Kissinger. E cioè, appoggiare un colpo di stato. Da sette anni in Honduras c’è una “democratura” che, esattamente come il regime di Augusto Pinochet, fa scomparire chiunque si opponga al presidente Juan Orlando Hernandez, succeduto al golpista Porfirio Lobo Sosa e rappresentante di un “cartello” comprendente latifondisti, ricchi proprietari di miniere e sfruttatori nazionali e internazionali impegnati nel saccheggio – ovviamente a scopo di lucro – delle risorse idriche di cui il Paese abbonda. Nel corso della campagna per le primarie democratiche, il ruolo della signora Rodham Clinton nelle vicende honduregne è stato più volte rievocato da Bernie Sanders e dai suoi sostenitori. Peccato che non se ne ricordino (o fingano di non ricordarsene) quei circoli liberal annidati nelle migliori università americane, dalla California alla east coast, che in queste ore stanno organizzando proteste contro l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Anziché interrogarsi su quanto abbia danneggiato la corsa dei Democrat un candidato espressione dei grandi poteri finanziari ed economici americani, delle banche e degli squali di Wall Street, i radical chic, disperatamente fermi ai fotogrammi finali de “Il Grande Freddo”, preferiscono dunque attaccare il suffragio universale. Era successo qualcosa di simile in Europa, dopo il referendum sulla Brexit. A testimonianza che più di un cromosoma è impazzito all’interno del patrimonio genetico della sinistra mondiale. Se queste erano dunque le premesse, si comprende bene come non potesse aver maggior fortuna di quanta ne abbia avuta il coraggioso tentativo di Sanders di ricostruire le connessioni (emotive, sentimentali, politiche, ideologiche, morali) con gli operai, i precari, i disoccupati, i pensionati senza assicurazione sanitaria, i ceti deboli e tutte le altre vittime della crisi innescata dal finanzcapitalismo, tranciate di netto nel corso dell’assurdo venticinquennio blairista-clintoniano, del quale il replicante italiano di Rignano sull’Arno rappresenta uno degli ultimi epigoni. Con Obama che ha rappresentato solo una parentesi, chissà quanto originale e difforme. Oggi che anche il padre dell’Ulivo in Italia, Romano Prodi, ammette (in un’intervista a Repubblica) che forse con lui in campo le cose sarebbero andate diversamente, la battaglia dell’utopista Sanders, l’acchiappanuvole, il socialista che faceva l’occhiolino a un nuovo modello di sviluppo parlando di equità, redistribuzione e maggiori diritti sociali per tutti, fa apparire ancora più surreale il tentativo della signora Rodham Clinton. Tutto ricompreso nel recinto, sempre più asfittico e senza luce, del pallidissimo centrosinistra mondiale. Una formula politica sfracellatasi sugli scogli delle nuove, fortissime, diseguaglianze prodotte dalla grande recessione iniziata nel 2008. Ne sanno qualcosa, da questa parte dell’Atlantico, i socialisti europei, ridotti ad ectoplasmi vaganti nel buio pesto delle politiche di austerity e dei vincoli comunitari di bilancio. Per di più, incalzati da forze populiste che si sono impadronite della loro agenda, come ha fatto Trump. Il quale, adesso si può dirlo chiaramente senza tema di smentita, ha cominciato a vincere le elezioni americane il giorno in cui è uscito di scena Sanders. Non lo capì nessuno, tanto meno Obama, così attento all’etichetta e fin troppo ossequioso del politicamente corretto. Soprattutto, preoccupato solo dei buoni ingaggi da conferenziere per la sua lunga e dorata quiescenza che la signora Rodham maritata Clinton avrebbe potuto procurargli in giro per il pianeta. Quel mondo, fatto di relazioni e scambi di favori, ma soprattutto di sconcertanti osmosi tra chi aveva le maggiori responsabilità della crisi economica e chi avrebbe dovuto fornire una risposta politica a quanti ne era stati travolti, è stato preso a spallate dal tycoon razzista con il ciuffo colorato. E si sta fragorosamente sbriciolando sulle teste dei liberal asserragliati nei campus, zombie che cercano di ribellarsi al loro destino, rendendo ancora più oscura la notte degli Usa e dell’intero pianeta.

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