Gli eco-ballisti

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28 luglio 2016 di Massimiliano Amato

Ve li ricordate i telegiornali – non soltanto quelli locali – del 30 maggio scorso? E le prime pagine dei quotidiani – tutti – del giorno successivo? Se state studiando la trasformazione della libera informazione in comunicazione istituzionale (a gratis) e siete alla ricerca di un caso esemplare, visitate un’emeroteca o saccheggiate youtube. Lo spettacolo che vi attende è emozionante: lo show congiunto del presidente del Consiglio dei ministri e del governatore della Regione che annunciano ai campani, ai connazionali e all’Europa intera la conclusione della vicenda ecoballe. Con tanto di scenografica benna che “addenta” i primi cumuli di monnezza stoccati a Taverna del Re, uno dei ventinove siti che ospitano questa vergogna tutta italiana per la quale siamo stati condannati dalla Corte di Giustizia Europea a pagare una multa di 120 mila euro al giorno, 43 milioni e 800 mila euro l’anno. Interpellata sui tempi, la premiata coppia, con invidiabile (doppia) faccia di bronzo, non si  scompose: “entro un anno” (il premier); “due anni e qualche mese” (il governatore). Ora, tra “un anno” e “due anni e qualche mese” una certa differenza dovrebbe pur esserci. Ma tant’è: tornato da queste parti 12 giorni dopo, l’11 giugno, il capo del governo si sbilanciò ulteriormente: “entro tre mesi libereremo la Campania”. Bum. L’effetto, tuttavia, fu talmente forte da invertire completamente l’inerzia comunicativa sulla questione rifiuti. Per la prima volta dopo vent’anni la Campania smetteva di essere, nell’immaginario collettivo, l’immondezzaio d’Europa. Ma le cose stanno veramente come ci hanno raccontato i due compari? La realtà dice altro. Nei giorni immediatamente successivi allo show di Taverna del Re, quando tutti cominciano a chiedersi dove andranno a finire le ecoballe, trapela un’indiscrezione: “le porteranno a Lametia Terme”, scrive qualcuno. Il nome che circola è quello di un’impresa che effettivamente gestisce due impianti di riciclo rifiuti. Ma, a strettissimo giro, dalla Calabria arriva una solenne smentita. Il gioco dell’oca riprende: da qualche parte dovranno pur essere sistemate queste ecoballe, che ormai hanno rilasciato tutto il loro putrescente carico di veleni nel sottosuolo della Campania. La seconda indiscrezione porta addirittura sull’altra sponda del Mediterraneo. In Marocco. La notizia si diffonde in un baleno, attraversa il Mare Nostrum e scatena una mezza rivolta della popolazione nel Paese maghrebbino. E’ a quel punto che scoppia un piccolo giallo. Il governatore della Campania convoca i giornalisti e fa una rivelazione clamorosa. Sostiene che la sua firma è stata falsificata e apposta in calce a documenti  che lui non ha mai visionato, e che stabiliscono il trasporto in Marocco. Una vicenda dai contorni oscuri e inquietanti, sulla quale adesso indaga la Procura di Napoli, che ci riporta alla casella di partenza. A fare luce sulla destinazione finale delle ecoballe dev’essere, alla fine, la ditta che ha vinto il primo appalto per la rimozione. La quale chiarisce, però, che l’operazione è sostanzialmente ancora ferma al palo. A due mesi dallo storico annuncio. Il programma prevedeva che i rifiuti impacchettati dovessero essere messi sui camion e imbarcati, a Napoli, per il porto  bulgaro di Burgas. Da dove sarebbero poi stati trasferiti in un impianto di Galbano, nella provincia di Stara Zagora. Questo era il progetto. Ma, a quanto pare, sia Palazzo Chigi, che Palazzo Santa Lucia, che la stessa impresa aggiudicataria dell’appalto per la rimozione avevano fatto i conti senza l’oste. Anzi, gli osti: le popolazioni di Burgas e di Galbano, scese in piazza  appena i giornali bulgari hanno cominciato a scrivere dell’imminente arrivo delle ecoballe napoletane. Tuttavia, l’elemento che fa miseramente crollare tutto il castello di fandonie propalate ai giornalisti il 30 maggio è un altro: la mancanza, a tutt’oggi, del nulla osta da parte delle autorità governative bulgare perché l’immondizia campana possa essere smaltita negli impianti di quel Paese. Lo hanno rivelato il Corriere del Mezzogiorno e il Corriere della Sera qualche giorno fa. Insomma, tutto lascia supporre che quelle prelevate a favore di telecamere potrebbero essere le uniche ecoballe finora rimosse. E c’è il fondato sospetto che esse siano ancora in territorio italiano, magari stivate nella pancia di una delle navi alla fonda nel porto di Napoli. Una macchietta. Ma la “premiata coppia” di eco-ballisti ha mentito sapendo di mentire anche (e soprattutto) per un’altra ragione. Ha dichiarato la fine dell’emergenza nascondendo che, in realtà, allo stato è disponibile solo una parte, minuscola, della somma necessaria per ripulire i 29 siti campani: 300 milioni in due anni. E che finora è stato aggiudicato un solo bando di gara, per la rimozione di 476.974 tonnellate di ecoballe. Un dodicesimo delle 5,6 milioni di tonnellate giacenti. Se i tempi del contratto saranno rispettati (e, come abbiamo visto, l’operazione già sta accumulando cospicui ritardi), occorreranno 18 mesi per definire questo primo lotto di lavori, riguardante i siti di stoccaggio di Villa Literno (200mila tonnellate), Taverna del Re, Masseria del Pozzo e Marcianise (180mila) e Avellino, Benevento e Salerno (95mila). Per le rimanenti 5,1 milioni di tonnellate, campa cavallo: occorreranno almeno 20 anni, per smaltirle tutte secondo i calcoli de Il Giornalista, testata quindicinale della Scuola di Giornalismo dell’Università di Salerno, che alla vicenda ha dedicato un’intera pagina dell’ultimo numero. Tempi, quindi, lontanissimi da quelli annunciati. Con buona pace della premiata coppia di eco-ballisti i cui bluff stanno già facendo scompisciare mezza Europa.

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