La rivoluzione “borghese”

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8 luglio 2016 di Massimiliano Amato

In due distinti interventi sullo stesso giornale, domenica scorsa, il sociologo Giuseppe De Rita e lo storico Paolo Macry inquadravano, da differenti angolature e punti di vista, un interessante fenomeno che va facendosi strada nell’attuale fase della vita del Paese. Vale a dire, un inedito (e per certi aspetti sorprendente) protagonismo della società civile che punta a colmare i vuoti lasciati dalle forme tradizionali della rappresentanza. In parte occupando lo spazio della politica con una forte carica anti-estabilishment, in parte restituendo dignità, nobiltà e funzioni a ruoli “neutri” perché “tecnici”, umiliati e sviliti nei decenni passati. Proprio nel momento in cui il concetto di “popolo”, inteso come massa indistinta, torna al centro delle analisi politologiche per la clamorosa emersione di forze anti-sistema, la grande dormiente, ossia la borghesia, conquista uno spazio di agibilità rimasto occluso per quasi tutta la seconda parte del Novecento e nel primo decennio del nuovo secolo. E’ una ventata nuova che svecchia (non solo anagraficamente) il Paese. Lo disincrosta, rendendolo competitivo al di fuori della monocorde propaganda di governo. La carica dei nuovi sindaci: la Raggi a Roma, ma soprattutto la Appendino a Torino, entrambe figlie di quel processo che lo stesso De Rita definì, con espressione felice, “cetomedizzazione di massa”, l’entusiasmo e la forza con cui hanno rovesciato il tavolo, mettendo fuori gioco due professionisti della politica come Giachetti e Fassino, testimonia una svolta radicale. Al di là dei risultati che otterranno nell’azione amministrativa (la Raggi ha, sulla carta, il compito più difficile: addirittura proibitivo) le due sindache hanno già reso inerte e inoffensivo il paradigma sociale su cui si sono finora costruite le leadership politiche nella cosiddetta Seconda Repubblica, a partire da quella di Renzi. Definire impolitico o, peggio ancora antipolitico, il loro impegno porta ad una mutilazione dell’analisi, perché non aiuta a capire quello che è andato stratificandosi nei meandri più riposti della società italiana durante gli anni del big bang della politica tradizionale. Allo stesso modo, nessuna risposta tardo corporativa o veterosindacale, o peggio ancora minimalista e liquidatoria (del tipo: “fanno solo il loro dovere”) potrà oscurare l’ottimo lavoro che una nuova generazione di grand commis sta facendo in enti ed istituzioni pubbliche per troppi anni lasciate in balìa di incompetenti premiati in base al principio dell’appartenenza e non per meriti specifici. E’ il caso della “rivoluzione” in atto – soprattutto in Campania – nel settore dei Beni culturali. Come ha sottolineato Macry, Massimo Osanna a Pompei e Mauro Felicori alla Reggia di Caserta (ma si possono aggiungere tranquillamente anche i nuovi direttori dei Musei campani: da quello di Capodimonte all’Archeologico di Paestum) hanno “riconquistato” territori che sembravano consegnati quasi irrimediabilmente al degrado tecnico e morale, all’incuria amministrativa, all’inazione. Sono, questi, segnali di un “risveglio” della società civile che fa apparire ancora più antistorici e premoderni certi miserabili arroccamenti familistico-notabilari di buona parte della politica, soprattutto di quella meridionale. Gli apprezzamenti di pessimo gusto pronunciati dalla tribuna della Direzione nazionale del Pd nei confronti della Raggi, d’altronde, fanno trasparire tutta l’insofferenza di certo ceto politico “professionale” che alla dialettica democratica preferisce l’insulto, il motto di spirito, la battuta (sessista nel caso in specie). Ma rappresentano, soprattutto, la spia di quell’inveterato lazzarismo delle classi dirigenti meridionali già individuato da Gramsci e Salvemini, e ricorrente nella critica di Croce. Un fenomeno fatalmente destinato ad arretrare se questa insospettata rivoluzione borghese dovesse rivelarsi un fenomeno irreversibile.

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