L’equivoca suggestione

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23 giugno 2016 di Massimiliano Amato

Decidendo di commissariare la sola Napoli (domani la ratifica della Direzione nazionale), Matteo Renzi ha deliberatamente scelto di congelare l’anomalia del Pd campano. Un partito (?) destinato a rimanere un cartello di raìs periferici privi di qualsiasi connessione, politica e sentimentale, con il corpaccione malato della metropoli, organismo in grave sofferenza che per la seconda volta in cinque anni ha sfogato la propria rabbia e la propria frustrazione in parte disertando le urne, in parte scegliendo la soluzione più radicale, ancorché in odore di avventurismo a-politico. Il Nazareno fa passare il “baratro napoletano” (espressione usata, a giustissima ragione, da Antonio Bassolino) per una semplice crisi organizzativa di carattere cittadino, locale. Ignorando il default di sistema impietosamente evidenziato dal tracollo elettorale. Se, tra quelli che si recano alle urne, ormai solo un elettore partenopeo su dieci sceglie il Pd, è perché la formula del partito a trazione renzian-deluchiana esclude completamente (e volontariamente) dai propri orizzonti la “questione napoletana”. Che, non scopriamo niente di nuovo e l’esito del ballottaggio lo conferma, è tutta compresa nel perimetro di un’acutissima emergenza antropologica, sulla quale Luigi de Magistris costruisce di volta in volta le parole d’ordine “sinistrorse” dei suoi successi. Anche stavolta a presentare il conto è stata l’inconfessata convinzione che, per sostenere la vocazione maggioritaria del partito, basti essere forti solo su alcuni territori, nei quali la pratica sistematizzata e senza limiti delle clientele ha preso in ostaggio la democrazia prevalendo sulla libera espressione del consenso. Dal voto napoletano emerge con chiarezza questa forzatura, logica prim’ancora che democratica, che ha tra le sue origini proprio il punto dal quale, con la decisione di commissariare solo Napoli, il segretario – premier mostra, di fatto, di voler ripartire dopo la batosta sotto il Vesuvio: il Sistema Salerno. Inteso come potere neofeudale basato su un controllo capillare, poliziesco, del voto: cosa che avviene puntualmente sia quando gli elettori sono chiamati ad esprimersi nell’ambito di competizioni interne al Pd, sia alle elezioni vere e proprie. Tra i capibastone campani, il dominus di quel sistema è riuscito a diventare socio di maggioranza del partito regionale (e addirittura a sbarcare a Santa Lucia, se si analizzano bene i risultati, sia in termini di voti assoluti che di percentuali, delle consultazioni dell’anno scorso) impegnandosi quasi esclusivamente nel suo feudo cittadino e provinciale. Al di fuori del quale, pur sforzandosi di tessere una fitta trama di relazioni di potere con i notabilati locali, continua ad essere visto dall’elettorato come un corpo estraneo: a Napoli la punta più avanzata del fenomeno. Dalle primarie che portarono all’elezione dell’incolore Tartaglione alla segreteria campana fino ad oggi, gli è sempre stato sufficiente militarizzare la partecipazione al voto di vassalli, valvassori e valvassini che costituiscono il blocco sociale di riferimento della sua leadership politico-elettorale per estendere la propria influenza al di fuori del territorio d’elezione e provenienza. La differenza, insomma, l’ha fatta l’affluenza: sempre sostenuta a Salerno, mai sotto il 65%, progressivamente in calo nelle altre province minori (Caserta, Avellino e Benevento), in caduta libera a Napoli e nel Napoletano. Quest’operazione “napoleonica”, che in passato era riuscita (con numeri diversi) ad altri leader “periferici”, da Gaspare Russo a Ciriaco De Mita, ha tolto un bel po’ di castagne dal fuoco a Renzi. Gli ha come minimo risparmiato la fatica di dover selezionare un gruppo dirigente degno di questo nome. Ma, nel contempo, ha generato un cortocircuito della rappresentatività, che si è aggiunto alla cronica crisi della rappresentanza. Per meglio dire: attualmente, in Campania, siamo in presenza di un’abnorme concentrazione di potere (fondi europei, sanità, trasporti, opere pubbliche, welfare) con una base elettorale e sociale claustrofobica. Una torsione innaturale del processo democratico di cui il Pd è, allo stesso tempo, vittima e principale colpevole. Proprio l’esito del ballottaggio forniva a Renzi l’occasione per uscire da questa surreale situazione e ripristinare canali di collegamento con i vari mondi e le diverse sensibilità sociali e culturali di cui è composta la sinistra campana, e napoletana in particolare. Ma l’azzeramento di tutte le cariche regionali e del tesseramento, come aveva chiesto Bassolino, avrebbe comportato un atto di coraggio che in questo momento non si può pretendere dal rottamatore. Il quale, perfino nella fase più delicata della sua carriera politica, continua a scambiare per certezze quelle che sono solo pericolose ed equivoche suggestioni. Destinate, a questo punto, solo ad accelerarne il già rapido declino.

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