L’emersione del trasformismo

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4 maggio 2016 di Massimiliano Amato

Li chiameremo solo convenzionalmente trasformisti. Tuttavia, ora che il fenomeno da categoria della (peggiore) politica si è trasformato in uno dei pilastri del cosiddetto “Partito della nazione” i voltagabbana sono diventati i pesci – pilota della post democrazia disegnata dal duo Renzi – Verdini. Il forsennato badwagoning (letteralmente: salto sul carro del vincitore) preventivo cui assistiamo in questi giorni che precedono la presentazione delle liste per le amministrative di giugno fa di Salerno – giustamente – uno dei laboratori più avanzati del nuovo Frankstein della politica italiana. D’altronde nell’ultimo quarto di secolo la città ha fatto da incubatore d’eccellenza per buona parte dei processi che maggiormente potrebbero incidere nel futuro prossimo sulla trasformazione, qualitativa e quantitativa, della vita democratica. I riconoscimenti che arrivano da Palazzo Chigi al cosiddetto “modello Salerno” non sono di maniera, ma hanno un fondamento logico – fattuale. A Salerno il segretario – premier s’ispira ormai apertamente. Non essendogli riuscito, quando ha fatto il sindaco di Firenze, quel ch’è riuscito in 23 anni al suo fidatissimo luogotenente campano attualmente distaccato a Santa Lucia. Soprattutto in termini di: 1) azzeramento di ogni forma di dissenso e/o opposizione politica e affermazione di un modello fortemente leaderistico insofferente ad ogni forma di controllo democratico e sostanzialmente privo di contrappesi; 2) costruzione di un efficientissimo sistema fondato esclusivamente sul principio dell’appartenenza (familistica e di clan) e alimentato verso l’alto  (i “poteri economici diffusi”) da una dinamica pattizia, e verso il basso dallo scambio di tipo clientelare (le società miste); 3) soffocamento della pubblica opinione attraverso l’assoggettamento pressoché completo dei corpi intermedi. E’ chiaro che un Paese di 57 milioni di persone (ancora dotato, almeno si spera, di robusti anticorpi democratici) è tutt’altra cosa rispetto ad una città di 130 mila abitanti. E che, soprattutto in riferimento al primo punto, quella del segretario – premier resta per il momento un’aspirazione. Oltretutto sottoposta al vaglio del referendum di ottobre, chiamato a validare o meno la temibile torsione introdotta dalla riforma di 47 articoli della Costituzione che regolano il funzionamento della nostra democrazia. Il paragone è senz’altro esagerato ma, giusto per rendere l’idea, tra Roma e Salerno sembra esserci, in questo momento, più o meno lo stesso rapporto di tipo “imitativo” che all’inizio degli anni Trenta del secolo scorso si stabilì tra la Cancelleria di Berlino e Palazzo Venezia. In tale contesto di grave sofferenza del principio della rappresentanza democratica, non devono quindi meravigliare più di tanto i molteplici cambi di casacca di queste settimane. L’affannosa ricerca di un posto nelle liste a sostegno della candidatura di Enzo Napoli da parte di tantissimi esponenti del centro-destra, più che all’implosione di quella parte politica, è legata a un dato di lungo periodo rimasto occultato per anni nella rappresentazione ipocrita di una “guerra” simulata. Ed è, in fondo, perfino preferibile a quanto avvenne esattamente 10 anni fa. Come molti ricorderanno, dopo le elezioni del 2006, risoltesi al ballottaggio, l’intero pacchetto di consiglieri di opposizione eletti nelle liste che sostenevano l’aspirante sindaco del centro-sinistra “ufficiale” Alfonso Andria passarono, con l’isolata eccezione di Fausto Morrone, armi e bagagli con la maggioranza nel corso della seduta di insediamento dell’assise cittadina. Un tradimento palese del mandato ricevuto dagli elettori. Il Pd, oggi fulcro e attrattore di tutte le operazioni di trasformismo a livello centrale come a livello periferico,  non era ancora nato. Ma, significativamente, una delle liste che appoggiava Andria si chiamava “Verso il Partito Democratico”. Per di più, al primo turno i capibastone di alcune di queste liste ordinarono il voto disgiunto, già massicciamente praticato dall’elettorato di centro-destra, a favore del candidato dei “Progressisti” e delle altre civiche. A distinguersi particolarmente fu la lista socialista, oggi (forse non a caso) diventata una sorta di “ricettacolo” per tutti i transfughi provenienti dall’altra parte, lì smistati per non creare ingorghi in Campania Libera, nei Progressisti per Salerno e nelle altre civiche. Una sorta di “purgatorio”. Le elezioni di quest’anno, quindi, hanno l’indiscutibile pregio (si fa per dire) di promuovere la definitiva emersione di un fenomeno arcinoto. Se non altro, stavolta sarà tutto più chiaro fin dall’inizio.

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