La greppia della cultura

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10 marzo 2016 di Massimiliano Amato

La cultura rappresenta un asset sempre più rilevante nella costruzione e nel consolidamento dei sistemi di potere locali. Si comprende bene la centralità che la sua gestione ha assunto nelle politiche pubbliche, via via che quei sistemi sono diventati, specie in alcune aree del Mezzogiorno, delle piccole satrapie. Assodato che le politiche pubbliche si realizzano esclusivamente con i soldi dei cittadini, è forse il caso di ricordare che una parte della contribuzione fiscale, quella destinata alla cultura appunto, è praticamente devoluta a fondo perduto. Infatti noi paghiamo le tasse (e le tariffe comunali) per ricevere in cambio servizi concreti, tangibili: trasporti, sanità, assistenza sociale, sicurezza, strade più pulite, scuole efficienti, asili per i nostri bambini. La cultura è qualificabile al massimo come “corrispettivo” immateriale, ma non rientra tra le esigenze primarie riconosciute al cittadino – contribuente, che lo Stato in tutte le sue articolazioni s’impegna a soddisfare utilizzando le risorse incamerate con il prelievo fiscale. Tutto ciò premesso, è sorprendente come i cittadini di Salerno, da più di un ventennio salassati da tariffe comunali tra le più alte d’Italia, si lascino scivolare addosso le notizie riportate con grande evidenza da parte della stampa negli ultimi tempi sull’uso che il Comune fa del loro danaro in un settore così delicato, dove ogni centesimo speso andrebbe rendicontato puntigliosamente, tanto labile ed evanescente è la linea di confine tra spreco e produttività. E all’interno del quale, per enumerare le manifestazioni di livello veramente meritevoli di sostegno per la loro capacità di proiettare la città fuori dalla dimensione strapaesana cui invece la condannano decine di abborracciatissime quanto pretenziose iniziative minori, bastano e avanzano le dita di una sola mano. Due le vicende che, nonostante le denunce di qualche organo di informazione, rischiano di passare inosservate ma che, per la loro carica simbolica, possono a giusta ragione essere definite esemplari: l’oscura storia del Teatro Ghirelli e i profondi, probabilmente incolmabili, squilibri finanziari del Teatro Verdi.

Se stupisce che in pochi s’indignino per il fatto che a Salerno non c’è un albo delle associazioni culturali, sicché la distribuzione di risorse avviene nel segno della discrezionalità più completa, è parecchio incomprensibile come a nessuno importi, salvo rare e isolate voci di denuncia, che nel tempo lungo e nelle pieghe dell’esercizio di questa discrezionalità, si è formata una vera e propria casta: la cricca dei professionisti del contributo pubblico. Gente che non ha quasi alcun bisogno di rivolgersi al mercato e agli sponsor privati, giacché è più che sufficiente l’accesso pressoché esclusivo che ha alla greppia allestita dal Comune. I nomi che circolano sono sempre gli stessi, sempre quelli. Negli ultimi tempi, a quanto pare, è scattata una sorta di transumanza, sia pure compressa nel raggio di qualche chilometro. Dalla rive droite del fiume Irno, lungo la quale sono stati infangati il nome, l’esempio e la memoria di Antonio Ghirelli nell’assordante e complice silenzio di chi avrebbe dovuto vigilare e ha preferito voltarsi da un’altra parte, ma soprattutto grazie all’inspiegabile inazione della magistratura inquirente (a ballare, a quanto sembra, ci sarebbe un milioncino di euro tondo tondo), la base delle operazioni è stata spostata a mare, dalle parti di Santa Teresa. Dove, con l’orrendo scempio del nome di Pasolini, si è dato inizio ad una nuova intrapresa, pur essa naturalmente foraggiata con fondi municipali. In quale altra città del mondo ad un gruppo di (sedicenti) operatori culturali freschissimi reduci da un fallimento nella gestione di uno spazio pubblico con conseguente, notevole, sperpero di danari della collettività, sarebbe stato immediatamente concessa, gratis et amore Dei, un’altra struttura comunale, con tanto di finanziamento iniziale? E che dire della vicenda – Verdi? Possibile che a nessuno interessi che l’ultimo esercizio finanziario è stato chiuso con uscite per tre milioni di euro complessivi, a fronte di soli 383mila euro di entrate? Andazzo che si protrae da anni, e che ha richiamato anche l’attenzione della Corte dei Conti. Insomma: si fosse trattato di un’impresa privata, l’artistico portone del Massimo cittadino sarebbe già stato sprangato da tempo, previa consegna dei libri contabili in Tribunale. Le banche avrebbero chiuso i rubinetti, i creditori avrebbero fatto la fila davanti alle porte dei giudici. Invece niente di tutto questo accadrà, perché il teatro è municipale. Cioè nostro, sulla carta. In realtà, con le nostre tasse, noi ci mettiamo solo i soldi per evitare che serri i battenti.

MASSIMILIANO AMATO

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