Il partito anti-meridionale

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15 dicembre 2015 di Massimiliano Amato

Il Sud non cresce e continua ad arretrare perché manca del tutto la domanda sociale di sviluppo. E’ l’amarissima conclusione di uno studio dell’Università di Cosenza riferito alla spesa dei Fondi Ue.  A quindici giorni dalla scadenza del count down sull’utilizzo delle risorse messe a disposizione con la programmazione 2007-2013, la fotografia scattata dall’ateneo calabrese è quella di territori nei quali la cifra prevalente è la (sciagurata) dispersione dei Fondi europei nei mille rivoli della spesa corrente. Ma l’esito della ricerca chiama indirettamente sul banco degli accusati le classi dirigenti locali e nazionali e, soprattutto, il governo di Roma. Allergici alla programmazione, espertissimi invece nel trasformare i flussi di spesa pubblica in leve per la costruzione del consenso: vecchia storia. Ma se ricostruire il quadro delle colpe è abbastanza semplice, più complesso è indagare le cause di quella che può essere a giusta ragione definita un’umiliante fuga dalle responsabilità. Proviamoci. L’orizzonte assai limitato che si è dato, e all’interno del quale si muove – la semplice gestione del potere sibi suisque – fa sì che Matteo Renzi si comporti sempre allo stesso modo. Sia quando fa il capo del partito, sia quando ragiona (e agisce) da primo ministro. Questa coerenza di comportamenti è molto evidente nel rapporto che egli ha con il Sud e la questione meridionale. Culturalmente distante non migliaia, ma milioni di anni luce non tanto da una qualsiasi impostazione “meridionalista” in senso stretto, ma da una sia pur minima sensibilità al tema, il segretario – premier procede per rimozioni. O, nella migliore delle ipotesi, per approssimazioni brutali e sbrigative. Come testimonia l’ennesimo, stucchevole elenco di “cose da fare” buttate lì, alla rinfusa, dal palco della Leopolda. Senza un’analisi convincente, e soprattutto senza una visione né di breve, né di medio, né di lungo periodo. Per non dire delle parole, finanche un po’ sprezzanti, che dallo stesso pulpito ha rivolto al governo regionale a proposito della Terra dei Fuochi. Traducibili nel classico “hai voluto la bicicletta, adesso pedala”, che sottintende la quasi completa de-responsabilizzazione dell’esecutivo rispetto ad un problema enorme sotto tutti i punti di vista. A partire dalla trasparenza degli appalti: non è certo un mistero che a candidarsi a bonificare quel pezzo di Campania siano più o meno gli stessi soggetti – ripuliti – che negli ultimi tre decenni l’hanno trasformato nella più grande pattumiera di rifiuti tossici e speciali d’Europa. Ma il disinteresse per il Sud di Renzi, sia da capopartito che da primo ministro, ha radici profonde. E, probabilmente, inestirpabili. La formazione del segretario – premier, e di tutta la generazione di dirigenti che con lui hanno “rottamato” la vecchia guardia è avvenuta infatti negli anni in cui l’asse Bossi-Berlusconi ha costruito una nuova egemonia nel discorso pubblico e nell’agenda di governo. E’ stato un processo politico – culturale al quale i gruppi dirigenti della sinistra italiana, a parte qualche eccezione, non hanno saputo opporre alcuna resistenza. Anzi: quanto più il baricentro si spostava verso Nord, tanto più il maggiore partito della sinistra faceva salti mortali per adeguarsi. Un po’ per la cronica, costituzionale incapacità di attrezzare una sia pur minima parvenza di riflessione critica, molto per convenienza, durante il loro apprendistato Renzi e i suoi boys, anche (e soprattutto) quelli nati e cresciuti in Campania, in Lucania, nelle Puglie, in Calabria o in Sicilia hanno avuto quindi la preoccupazione, pressoché esclusiva, di stare dentro il processo storico di “smeridionalizzazione” della politica. Basta sentirli parlare: nella stentorea narrazione dalla quale fanno discendere la fumosa rappresentazione del Paese a cui aspirano ad inchiodarci (e che tanto sconcerta i nostri partner europei), le parole “Meridione”, “Sud”, “Mezzogiorno” ricorrono, se tutto va bene, come inutili ammennicoli. Ma se Guerini, Lotti, la Serracchiani e lo stesso premier hanno l’alibi della provenienza territoriale, quale giustificazione possono addurre i vari Nicodemo, Picierno, Capozzoli, Carbone, Covello, solo per rimanere all’interno del gruppo dirigente più stretto? Cooptati in base al grado di fedeltà al capo prima in Parlamento e poi ai piani alti del Nazareno, non hanno praticamente alcun rapporto organico con il territorio. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se sul piano dell’azione di governo il Mezzogiorno è solo una serie di slide, da tirare fuori quando il Censis, lo Svimez o un qualsiasi altro istituto di ricerca lancia il periodico allarme sulla desertificazione, la solitudine esistenziale, il crollo inarrestabile di tutti i parametri vitali di un terzo del Paese ormai abbandonato al proprio destino. Tutto ciò mentre, sul piano della dialettica interna al Pd, il Sud resta un impiccio. Dal quale disimpegnarsi a colpi di semplificazioni che oscillano tra la legittimazione, quasi sempre strumentale, del ruolo del notabilato locale e iniziative estemporanee e prive di qualsiasi respiro strategico. Con l’ovvio risultato che se è vero, come sottolineano da qualche giorno molti osservatori, che il renzismo ha imboccato la parabola discendente, per la formazione politica che ha raccolto l’eredità degli storici partiti di massa della prima fase repubblicana quello che si va delineando sul Mezzogiorno e la questione meridionale è il perimetro di una débâcle epocale. Per riprendersi dalla quale, probabilmente, occorreranno decenni.

MASSIMILIANO AMATO

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