Il partito franchising

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4 novembre 2015 di Massimiliano Amato

Desta sincera simpatia l’appassionato (si fa per dire) dibattito sulla presenza del simbolo del Pd sulla scheda delle prossime amministrative a Salerno. Simbolo, non logo: dovrebbe trattarsi di cose ontologicamente diverse tra loro, sebbene l’uso di un lemma inappropriato sia (paradossalmente) giustificato dalla particolare situazione salernitana. La simpatia nasce dall’ingenuità che s’intravede al fondo di questo bizzarro quanto vano accanimento su una questione già risolta in partenza. E l’ingenuità, essendo parente stretta dell’innocenza, non va mai biasimata. Ci mancherebbe. Solo che, in una città che soffre suo malgrado di scissioni profonde a vari livelli, la frattura che rischia di prodursi tra la rappresentazione giornalistica del teatrino politico e quella che un tempo si sarebbe chiamata la “realtà effettuale” della politica può essere causa di perniciosi spaesamenti. Il simbolo del Pd (il simbolo, non il logo) non sarà presente sulla scheda delle amministrative per la semplice ragione che non serve, come dal 1993 ad oggi non sono serviti quelli dei vari succedanei dell’ex Pci, disciolti in formule civiche di grande appeal elettorale. Punto. La situazione salernitana, e questo è il dato interessante sul piano dell’analisi storica, ha anticipato di circa un ventennio lo schema che si è andato imponendo a livello nazionale a partire dall’avvento alla segreteria di Matteo Renzi.  Il segretario premier ovviamente non lo ammetterà mai, ma il modello che sta strutturando sul territorio, l’unico funzionale al suo disegno di mera conservazione del potere al Nazareno e a Palazzo Chigi, è il partito – franchising, che deprime volontariamente la propria vocazione nazionale frammentandola in decine di potentati locali. Guarda caso, proprio il modello sperimentato con successo a Salerno dal ’93 a oggi. Un’impostazione che non contrasta affatto (come pure sembrerebbe) con il progetto del Partito della Nazione da costruire non solo con Alfano ma anche con Verdini, Barani, D’Anna e il circo equestre dei trasformisti post berlusconiani, ma anzi ne rappresenta una variabile interessante. Da studiare. Dal punto di vista elettorale la cosa finora ha sempre funzionato. E infatti, a parte qualche mal di pancia sempre abilmente dissimulato, tutti i leader avvicendatisi ai vertici del partito nazionale (dal Pds al Pd, passando per i Ds) hanno tollerato l’”autonomismo” dei compagni salernitani. Raramente in questi ventidue anni la costruzione di un plebiscitario consenso “civico”, fuori dai partiti e dagli schieramenti tradizionali, ha consentito alla sinistra di sfondare elettoralmente in occasione di appuntamenti politici nazionali. Ma i vertici romani si sono sempre accontentati del risultato minimo, che era quello di trattenere la quota fisiologica di voti che, tra una consultazione amministrativa e una politica, rimaneva impigliata nella fitta rete clientelare del potere locale. Rassegnandosi a un laissez faire che conveniva a tutti, tutti teneva tranquilli, e non danneggiava nessuno. Di questo fenomeno Renzi non porta più responsabilità di quanti lo hanno preceduto, quindi. Né è da presumere che farà alcunché per imporre le primarie, ed evitare che anziché il simbolo del Pd sulla scheda elettorale per le prossime amministrative i salernitani trovino quelli dei Progressisti per Salerno e delle altre civiche venute fuori per partenogenesi in tutti questi anni. Ma non è tutto. Visto quello che è successo alle Regionali, dove il partito ha sostanzialmente “pareggiato” il match con le liste civiche di contorno (e solo grazie ai voti raccolti nelle altre quattro province della Campania), ai vertici del Nazareno non conviene esserci proprio sulla scheda, nemmeno al fianco dei “franchiser” civici. Rischiano una figura pessima: meglio lasciare tutto com’è.

MASSIMILIANO AMATO

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