La serena certezza del diritto

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20 ottobre 2015 di Massimiliano Amato

Si viaggia com’è naturale sul filo, esilissimo, dell’interpretazione. La pronuncia della Consulta sulla costituzionalità della legge Severino ha riflessi immediati sulla posizione del sindaco di Napoli, ma a questo punto è chiaro che basta un niente per far traslare gli effetti anche a quella del presidente della Giunta regionale. Sono la serenità e la certezza del diritto che s’impongono perentoriamente sulle forzature arroganti della politica. In questi mesi se ne sono sentite e viste troppe per non leggere la decisione di ieri come un punto fermo dal quale ripartire per ripristinare il primato della legge sulle interpretazioni interessate di legulei d’assalto e azzeccagarbugli improvvisati assurti al rango di costituzionalisti. La legge Severino si applica così com’è, hanno sentenziato i giudici costituzionali: soprattutto le norme che prevedono la sospensione di amministratori locali incappati in condanne, anche non definitive, per reati contro la pubblica amministrazione. Era il “cuore” della legge, la Consulta vi ha steso intorno un cordone protettivo a questo punto impenetrabile. D’altronde, che senso ha un provvedimento finalizzato a “bonificare” la gestione della cosa pubblica che non preveda la sanzione – logica, razionale, assolutamente coerente con l’impianto complessivo e la ratio dell’intervento legislativo – dell’allontanamento, seppur temporaneo, dalle cariche di chi non ha superato indenne l’accertamento di responsabilità del giudice penale? La risposta è semplice: nessuno. La pronuncia sul caso del primo cittadino di Napoli, eletto prima che venisse promulgata la Severino, non intacca ovviamente il principio dell’irretroattività della legge, ma ripristina lo spirito originario del provvedimento, messo in discussione prima dai giudici amministrativi e poi da quelli del Tribunale civile. Ma se la sospensione va applicata anche a chi si è candidato quando ancora non c’era la legge, a maggior ragione essa è pienamente legittima in tutti quei casi in cui, a legge vigente, condannati in primo grado abbiano avuto accesso a cariche pubbliche. E’ questo il dettaglio “politico” più interessante della pronuncia di ieri. Perché è come se la Consulta, ex post, bollasse come una sfida temeraria (e tale in effetti è stata) tutta la campagna del candidato del Pd alla presidenza della Regione, poi eletto. A circa un milione di cittadini campani, quelli cioè che, resistendo alle lusinghe dell’astensione o del voto di protesta, hanno contribuito all’affermazione del neo governatore, è stato fatto credere che non ci sarebbero stati problemi in caso di vittoria. Che, cioè, si sarebbe governato lo stesso. E due frettolosi verdetti del Tribunale di Napoli hanno convalidato, anzi alimentato, questa pericolosissima illusione. Innescando la situazione di caos istituzionale in cui presumibilmente verrà a trovarsi tra qualche giorno l’ente di Palazzo Santa Lucia. La Consulta, insomma, spazza via quella visione molto muscolare della democrazia, sorprendentemente affermatasi in Campania negli ultimi mesi, secondo la quale un verdetto popolare può sovrapporsi ad una legge dello Stato. Il fatto grave è che nella vicenda regionale questo principio, che ha rappresentato un vulnus profondo inferto ai più elementari meccanismi della partecipazione democratica, è stato sancito due volte. Prima con le consultazioni interne al Pd, poi con le elezioni vere e proprie. E se nel secondo caso la vastità della platea elettorale ha mitigato in qualche modo la temerarietà della sfida, nel primo, considerata l’esiguità della fonte di legittimazione (in pratica, i soli iscritti, militanti e simpatizzanti del Pd) si è trattato di un atto di insopportabile arroganza, pericolosamente prossimo all’eversione vera e propria. Rispetto a questa torsione brutale del quadro democratico, un giudice monocratico e un collegio hanno creduto bene di lavarsene le mani, sospendendo il decreto di sospensione emesso dal governo. Di fatto, anteponendo alla sacrosanta forza vincolante di una legge dello Stato le ragioni di una politica arrembante, che dal canto suo ha cercato di riconquistare nella maniera più sbagliata (e pericolosa) il primato perduto: aggredendo cioè (per via giudiziaria, poi!) l’ordinamento costituzionale. Ora che la Consulta ha rimesso la vicenda nei giusti binari, è sperabile che la politica si rassegni finalmente a fare il proprio lavoro. Che sarebbe quello, se ci fosse la volontà e se soprattutto questa volontà trovasse riscontro nella maggioranza del Paese, di modificare la Severino. Ma, arrivati a questo punto, l’impressione è che la credibilità per un’operazione del genere la politica, purtroppo, non ce l’abbia più.

MASSIMILIANO AMATO  

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