Oltre Bassolino c’è solo Bassolino

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10 ottobre 2015 di Massimiliano Amato

La vicenda della possibile ri-discesa in campo di Antonio Bassolino e le reazioni dentro e fuori il Pd (prevalentemente dentro) fanno venire in mente l’irresistibile scenetta del tizio che, incalzato da invidiosi detrattori, è costretto a giustificarsi perché la mamma l’ha fatto biondo, alto, magro e con gli occhi azzurri. Conoscendo il soggetto, c’è la certezza matematica che nemmeno sotto tortura userà un simile argomento per rintuzzare i veti e le critiche: con grande saggezza zen, egli ha già risposto con un eloquente #statesereni, e tutto lascia supporre che la sua linea di comunicazione resterà questa, sospesa tra il detto e non detto, anche nei prossimi giorni. Tuttavia, è più che plausibile ritenere che a spingerlo a rimettersi in gioco sia la consapevolezza – peraltro parecchio fondata – di essere ancora  er mejo figo der bigoncio nel campo del centro-sinistra napoletano. Fargliene una colpa è un atteggiamento insensato, irrazionale: un candidato migliore di Bassolino il Pd non ce l’ha, e bloccarne l’ascesa significa solo prenotare un’altra, rovinosa sconfitta. Punto. Enormemente più interessante dell’a tratti surreale dibattito interno al Pd, allora, diventa l’analisi del fenomeno che Bassolino rappresenta in questo momento storico. Uno straordinario caso, cioè, di sopravvivenza e longevità politica una volta tanto non legate a innaturali torsioni della Storia o a muscolari forzature, o ancora a temerarie sfide alla legge, alla logica e al buon senso. Niente di tutto ciò: lo stesso Bassolino rigetta, anche di questo si può essere certi, la banale rappresentazione dell’Highlander riemerso dal passato remoto per sistemare il presente e il futuro. In questo suo ritorno c’è piuttosto la virtù di Penelope dell’attesa paziente, e soprattutto un’opera di lunga lena di connessione intima e irriducibile con la realtà napoletana. Un lavoro affinato negli anni dell’inattività e, logicamente, ancor più in quelli in cui il partito gli ha chiesto di sacrificare le proprie, legittime, ambizioni nazionali per dedicarsi a Napoli e alla Campania. In quella rinuncia, dolorosa come egli stesso ha avuto il coraggio di ammettere in un bel memoir dato alle stampe un paio d’anni fa, era però sorprendentemente nascosto l’antidoto alla rottamazione toccata ad altri, l’elisir di lunga vita. In buona sostanza, se tra tutti i dirigenti della generazione “berlingueriana” dell’ex Pci-Pds-Ds Bassolino resta l’unico ancora dotato di una riconosciuta “spendibilità” politica è perché mentre gli altri, da Occhetto a D’Alema, a Veltroni, allo stesso Bersani si bruciavano lentamente sulla scena nazionale, lui, anche nel pieno della bufera mediatica che ha contribuito in misura rilevante all’uscita di scena nel 2010, non ha perso mai il contatto con la realtà cittadina. In tutte le sue molteplici e multiformi sfaccettature. Oggi, a Napoli, Bassolino può ancora contare su una platea di supporter assolutamente trasversale, che va dall’antico ceppo operaio dell’ex cintura industriale alla plebe dei quartieri popolari, al ceto medio del Vomero fino alla borghesia di Chiaia, Posillipo e dei quartieri bene. In pratica, tutta la città, stressata dal parossismo inconcludente e parolaio di de Magistris.  Si è trattato di un’interlocuzione stretta e assidua, grazie alla quale il sindaco del “Rinascimento” è riuscito ad immunizzarsi dai due fenomeni che hanno decimato quasi tutta la classe dirigente del Pd napoletano e campano. E cioè la progressiva, a tratti inarrestabile, degradazione verso il notabilato di una consistente parte di essa, e l’inevitabile condanna all’irrilevanza della parte rimanente (ed emergente), illusasi che il processo di costruzione della leadership locale fosse legato esclusivamente al grado di prossimità al livello nazionale. E’ stata quindi questa gestione molto dinamica del proprio (apparente) declino – la vecchia “scorza” ingraiana – a permettere a Bassolino di conservare la caratteristica di leader di statura nazionale “prestato” ad una dimensione più piccola, pur se non periferica. Talché cercare di ricondurre il dibattito sulla sua candidatura (e sul suo sacrosanto diritto di partecipare alle Primarie) alle miserabili beghe interne del Pd napoletano e campano è operazione dal sapore rancido e disgustoso delle cose andate a male. E poi: da quando in qua il candidato sindaco di Napoli si decide a Salerno?

MASSIMILIANO AMATO

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