L’eredità di cemento

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7 ottobre 2015 di Massimiliano Amato

Chissà se agli aedi del miracolo, i “ragazzi dei quartieri” che si affannano a raccontare una Salerno brutta, sporca, buia e cattiva prima del “ventennio d’oro”, dice qualcosa il fatto che la curva demografica cittadina è in caduta libera. E che, ormai, solo poche migliaia di abitanti consentono al loro “paradiso in terra” (espressione molto di moda quando c’era l’Unione Sovietica, della quale probabilmente non pochi avvertono una nostalgia struggente) di rimanere la seconda realtà urbana della regione. Con Giugliano in Campania, paesone dell’area nord di Napoli, pronto al sorpasso. In verità, i dati resi noti da un’inchiesta giornalistica pubblicata qualche giorno fa, che parlano di una perdita secca di 26mila residenti nell’ultimo quarto di secolo (in pratica ogni anno più di mille salernitani hanno preferito andarsene a vivere altrove), delineano il perimetro di una disfatta epocale. Perché proprio sull’azionamento della leva demografica l’amministrazione cittadina ha costruito la retorica dell’avanzamento, collegato soprattutto alla cosiddetta rivoluzione urbanistica.  L’asse programmatico portante del ventennio: opere pubbliche progettate da archistar e rimaste per un’altissima percentuale delle splendide incompiute, come ha efficacemente ricostruito un’altra inchiesta giornalistica, questa televisiva, pubblicata dal sito web del più diffuso e autorevole quotidiano nazionale, e consumo massiccio di suolo. L’intenzione – dichiarata – era di portare il numero complessivo dei residenti a sfiorare la soglia delle duecentomila unità. Per raggiungere l’obiettivo, era quindi necessario attrarre quasi cinquantamila nuovi residenti. In pratica, una nuova urbanizzazione. Un progetto scritto sull’acqua, giacché quella precedente, compresa tra la prima metà degli anni Sessanta e la fine dei Settanta, era stata determinata prevalentemente da un vertiginoso incremento delle opportunità occupazionali legate al ciclo espansivo dell’industria manifatturiera e delle attività commerciali. Invece in questi anni, mentre la città conosceva la più massiccia colata di cemento della sua storia, chi ci aveva sempre vissuto decideva di andare a mettere le tende altrove, perché evidentemente la qualità dei servizi peggiorava (a fronte dell’incremento costante delle tariffe comunali) e l’apparato produttivo rinsecchiva fino a estinguersi quasi completamente. E mentre la “bolla immobiliare” si gonfiava a dismisura moltiplicando il numero dei vani disponibili (secondo lo studio di un istituto di credito cittadino sarebbero circa 50mila quelli completamente liberi: una cifra da bancarotta completa del settore), le condizioni di mercato rimanevano proibitive. I fitti si mantenevano alti, molto al di sopra della media per città di queste dimensioni. E’ evidente che, se i numeri non tradiscono, gli scenari per l’immediato, e quelli plausibili per il prossimo futuro, demoliscono completamente la fumosa (eppure convincente) narrazione sulla quale la classe dirigente cittadina ha costruito le proprie fortune politiche e elettorali. Alla città rimane un’eredità di cemento costruita su un modello che in altre realtà meridionali, è il caso di Reggio Calabria, è stata al centro di approfondite indagini da parte della magistratura. E forse è il caso di ricordare che nell’ex capoluogo calabrese la superfetazione edilizia ha decretato la fine anticipata, per via giudiziaria, dell’amministrazione guidata dall’ex enfant prodige del Pdl meridionale, Lillo Scopelliti. Pure lui (guarda caso) approdato sulla poltrona di governatore della Regione prima di essere spazzato via dai tanti scandali che hanno caratterizzato le sue gestioni. Già: ma a Salerno esiste ancora l’obbligatorietà dell’azione penale?

MASSIMILIANO AMATO

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