L’Araba Fenice

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30 settembre 2015 di Massimiliano Amato

Settembre è passato e, come era ampiamente prevedibile, del Masterplan governativo con la mappa degli interventi strutturali “per favorire la rinascita del Mezzogiorno” non c’è traccia. Missing. Sparito. Disperso. Desaparecido. Ovviamente, non si ha notizia nemmeno degli insigni meridionalisti – economisti, urbanisti, geografi, sociologi, demografi e chissà chi diavolo ancora – mobilitati da Palazzo Chigi per stendere il famoso documento. Fantasmi. Ombre. Proiezioni della nostra fantasia. Da quella famosa riunione monotematica della Direzione del Pd del 7 agosto in cui il segretario premier in persona fissò per la fine di settembre il termine entro il quale la “ricetta complessiva” sarebbe stata pronta e scodellata agli italiani, l’unico atto dell’esecutivo riguardante il Sud è stato il commissariamento di Bagnoli. Deciso ufficialmente qualche giorno fa, dopo essere stato abbondantemente annunciato nelle settimane e nei mesi scorsi. Prima, durante e dopo: il nulla. Nel frattempo, gli indici di crescita del Sud sono gli stessi (se non addirittura peggiorati) fotografati dal famoso rapporto Svimez di luglio, dalle regioni meridionali continuano a partire migliaia di giovani a caccia di futuro, il crollo della curva delle nascite continua, lo spopolamento avanza implacabile. Come i profitti dell’economia illegale: attraverso il circuito delle grandi organizzazioni criminali e quello, più modesto, delle piccole gang di delinquenti che si contendono il controllo dello spaccio degli stupefacenti passa addirittura una perversa dinamica redistributiva in grado, in alcune aree del Mezzogiorno, di stemperare perfino le tensioni sociali più acute. Immutato (e non poteva essere altrimenti) è anche il panorama politico, dominato da masaniellismi d’accatto che accentuano il senso di separatezza di un terzo del territorio e della popolazione italiana dal resto della Penisola. Mancano pensieri “lunghi”, idee forti in grado di farsi decisione politica, o almeno di influenzarla pesantemente. Latita, soprattutto, una visione che tenga insieme tutte le diverse emergenze meridionali e ne dia una lettura univoca e non per compartimenti stagni. Quella economica resta la questione principale. Ma essa non può essere disgiunta da quella criminale. Né dallo straniamento sociale avvertito da ceti e pezzi della comunità meridionale sempre più ampi, duramente colpiti dalla crisi. O dal  pauroso arretramento legato al ristagno, drammatico, della dinamica dei consumi cosiddetti culturali: libri, cinema, teatro, musica e così via. O, infine, dall’afasia civile prodotta dal proliferare dei populismi a buon mercato che, semplificando e liquidando la partecipazione democratica nel mito del decisore unico, hanno occupato per intero lo spazio della rappresentanza politica: in Campania, per esempio. E’ su questo scenario profondamente degradato che l’esecutivo avrebbe dovuto incidere con determinazione. Cercando innanzitutto di prosciugare il brodo di coltura dei personalismi, del notabilato immutabile diventato nell’immaginario collettivo, e contro ogni logica apparente o effettiva, accademia di buona amministrazione. Invece è come se Renzi avesse paura di immergersi in questa palude, popolata da ferocissimi coccodrilli che potrebbero azzannarlo mortalmente. E una volta tanto, l’innata propensione all’improvvisazione gli è di soccorso, giacché gli permette di preservare e stabilizzare equilibri di potere tra centro e periferia che restano gracilissimi. Che poi tutto ciò suoni come una condanna quasi definitiva per il Sud alla marginalità perpetua, a chi volete che importi? Lo schema, che ha funzionato perfettamente per buona parte della storia italiana post unitaria, si è rafforzato ulteriormente nell’era del maggioritario e dell’elezione diretta dei livelli di governo locali. Il segretario premier non ha alcun interesse a ribaltarlo. La realtà è questa, oltre la facile favoletta del masterplan – araba fenice. Che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.

MASSIMILIANO AMATO

sud-italia

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