Il prete e l’ateo baciapile

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23 settembre 2015 di Massimiliano Amato

Alla fine l’ateo baciapile (ma non devoto) discreto regista della lunga querelle s’è dovuto inchinare a un prete aduso alle cose di mondo non meno che agli intrighi di sagrestia. E la ritrovata armonia di San Matteo riporta ogni cosa nella sua giusta e naturale cornice. Sottraendo la festa patronale all’improvvido giubileo pagano cui monsignor Moretti cercò di porre un argine l’anno passato. Era un suo diritto – dovere, un’ignobile mistificazione lo indicò all’ira popolare come atto di prevaricazione e peccato di superbia. Ad animi surriscaldati, la parte più vera e autentica del rito – le paranze dei portatori – si fece travolgere dalla sobillante campagna di persuasione occulta, passando dalla ragione al torto. Ma ora tutto è alle spalle. Ora, cioè, che è definitivamente sancito (o almeno si spera) che mai più ci sarà confusione tra la fede nel trascendente e fedeltà troppo, come dire?, immanenti. E’ un gran passo avanti. Nel capolavoro diplomatico di don Michele Pecoraro, parroco del Duomo, sono sedimentati duemila anni di saggezza ed esercizio ovattato e raffinatissimo del potere: altro che la caciara scosciata, volgare e cafona a cui i salernitani sono costretti ad assistere da quattro lustri e più a questa parte. Venti anni contro venti secoli: la differenza, piaccia o meno anche a noi laici impenitenti, è tutta qua. E allora, la processione della pace riconquistata può diventare la metafora perfetta del presente e del futuro cittadino. Con l’Evangelista accettato come supremo notaio di una svolta che è tutt’insieme psicologica, morale, spirituale. E politica, non solo in senso lato: non più atti d’imperio, ma dialogo e ascolto delle ragioni di tutti e di ognuno. Mai più mestatori nel torbido, antropologi a gettone pronti a sfornare compunte e interessate esegesi del conflitto per giustificare l’ingiustificabile e gazzettieri compiacenti, ma uomini che si confrontano guardandosi  negli occhi. La festa dell’armonia restituisce pienamente San Matteo ai salernitani, dopo gli anni blasfemi dell’assurda segregazione temporale, per lunghi periodi addirittura condivisa e tollerata da una Curia crocevia di patti e intese molto terrene più che luogo di spiritualità e preghiera. Il Patrono ridiventa collante di una comunità scissa, slabbrata, confusa: è tradizionalmente lungo l’itinerario della processione che scompaiono i confini invisibili che dividono in zone la città, segnando negli altri giorni dell’anno la linea di fratture antropologiche profonde. Non è lo stesso per San Gennaro a Napoli, santo della plebe del Centro storico anziché dei piccoli borghesi arrembanti del Vomero o dei ricchi affacciati sul golfo dagli attici di Mergellina e Posillipo. Nell’incalzare della polemica, l’Evangelista di Cafarnao ha rischiato la confisca anche di questa peculiarità: l’esattore che, in ossequio al principio redistributivo sotteso alla funzione, cancella le differenze, straccia le disparità sociali, diventa apostolo dell’uguaglianza. Se don Michele vince, le paranze trionfano. Riappropriandosi del ruolo loro assegnato dalla storia della comunità e forzando le gabbie in cui si erano fatte rinchiudere dall’ideologia “panteista” cittadina arbitrariamente sostituitasi alla tradizione. Ne esce meglio, complessivamente, tutta la città, che si lascia alle spalle un anno faticoso e drammatico, e una polemica lacerante in cui erano messi in gioco delicatissimi profili identitari e di civiltà. Alla fine ci voleva proprio un prete fatto e finito, di quelli come ce n’erano una volta, per infliggere all’ateo baciapile (ma non devoto), e al suo impalpabile “facente funzioni”, la più umiliante delle rese. E anche questo, probabilmente, è un segno dei tempi che vanno mutando, sotto l’apparentemente immutabile cielo di Salerno.

MASSIMILIANO AMATO

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