La camorra, le camorre

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16 settembre 2015 di Massimiliano Amato

Sostenere, come ha fatto la presidente  della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi, che la camorra è elemento costitutivo della storia e della sociologia di Napoli e della Campania non può e non deve suonare offensivo per i napoletani e i campani in genere. Da qualsiasi punto la si voglia inquadrare, questa affermazione presenta il limite ineliminabile della convenzionalità. E’ scontata. Banale. Asseconda acriticamente la narrazione dominante, letteraria, televisiva e cinematografica, che mescola fantasia e (presunta) realtà storica in un ripetitivo e stancante romanzone a tinte pulp. Quel ch’è peggio, però, è che non aggiunge alcun elemento inedito alla conoscenza di una realtà complessa, non comprimibile in uno schema interpretativo così semplicistico. E quindi, agendo per sottrazione, fa nascere più di una perplessità sulla adeguatezza dell’attuale organismo bicamerale –  e di chi lo guida e rappresenta – a raccogliere e fronteggiare la sfida che i poteri criminali continuano a lanciare a tutto il Paese. E ciò nonostante la presenza al suo interno di parlamentari che la guerra alle mafie l’hanno fatta e continuano a farla, e sul serio. Due nomi su tutti, entrambi campani: Luisa Bossa e Rosaria Capacchione. Non è stato sempre così, per fortuna. La prima Commissione antimafia, che chiuse i suoi lavori dopo 11 anni e due legislature e mezza, fornì, tra i Cinquanta e i Sessanta, un contributo determinante alla comprensione del fenomeno mafioso. Arrivando a riscrivere la Storia nazionale, con lo svelamento dei torbidi retroscena dell’Operazione Husky, vale a dire lo sbarco della VII Armata americana e dell’VIII britannica sulle coste della Sicilia nel luglio del 1943. In epoca molto più recente, l’organismo presieduto da Luciano Violante ha, nel 1994, licenziato il più completo, aggiornato, circostanziato saggio sulla criminalità organizzata campana dell’epoca contemporanea, da Cutolo ad Alfieri, tuttora saccheggiato da storici e studiosi impegnati a ricostruire i cosiddetti “anni di piombo” dei clan, il cui spartiacque fu rappresentato dallo scellerato patto stretto tra pezzi delle istituzioni e la Nco per la liberazione dell’assessore regionale Ciro Cirillo dalla prigione del popolo delle Br. E allora, tanto per cominciare, alla Bindi andrebbe rivolta una domanda: cosa s’intende, oggi, per “camorra”? Le bande di gangster metropolitani che senza alcun disegno strategico si affrontano, bestialmente e solo per marcare il territorio, a colpi di calibro .38 e raffiche di kalashnikov nei quartieri di Napoli, dalla matassa di vicoli del centro storico alle agghiaccianti banlieue della zona nord (Scampia, Secondigliano), est (Barra, Ponticelli, San Giovanni a Teduccio) ed ovest (Fuorigrotta, Rione Traiano)?  Oppure quella che ha mandato i propri figli, la terza generazione criminale, a studiare Economia nelle migliori università del mondo, è protagonista della globalizzazione selvaggia e senza regole perché in grado di spostare ingenti capitali da una parte all’altra del pianeta con un semplice clic del mouse, e si è fusa, in molte zone della regione, con la politica e l’impresa? E’ rispetto a questa camorra – che poi sarebbe la vera camorra – che si continua, nonostante l’attenzione internazionale per il fenomeno nata da qualche anno a questa parte, a registrare un deficit gravissimo di rappresentazione e conoscenza. Fatalmente, anche la presidente della Commissione antimafia è caduta nella trappola di questa gigantesca manovra di distrazione, indotta da uno storytelling da serie tv americana, concentrato solo sull’aspetto emozionale. Eppure questa realtà – la realtà, molto più fredda e asettica, della criminalità “consustanziale” a politica e economia – è raccontata in maniera efficacissima in migliaia di atti processuali pubblici. Basterebbe leggerseli con calma: si scoprirebbe che la corruzione del circuito della rappresentanza e del tessuto economico legale è diventata irreversibile in molte aree della Campania, Salernitano compreso. E che la dimensione di massa, “antropologica” in senso lato, evocata dalla superficiale analisi della Bindi non c’entra niente con un processo che ha avuto per protagonista giammai il “popolo”che anzi l’ha subito, ma i boss delle consorterie criminali più forti e radicate, e pezzi importanti e diffusi delle classi dirigenti locali. Uniti in un disegno di spoliazione del territorio e di dominio politico, economico e sociale che ha compresso e continua a comprimere la libertà, gli spazi di espressione democratica e la vita stessa di sei milioni di cittadini.

MASSIMILIANO AMATO

Rosy_Bindi_1

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