Il masterplan

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9 settembre 2015 di Massimiliano Amato

C’è un’evidente, anche se studiata, distonia tra gli annunci che si sono susseguiti nell’ultimo mese e le misure di primo intervento che il governo Renzi si appresta a varare per il Mezzogiorno. Trenta giorni fa, al Nazareno andò in scena la solita, stucchevole commedia degli equivoci. Un partito con la testa già alle vacanze mise in scena un rito tanto scontato quanto inutile che servì solo a conquistare qualche titolo a effetto sui giornali. Il rapporto Svimez aveva scatenato la grancassa mediatica, e Renzi, proprio in quei giorni impegnato a delineare i contorni del nuovo miracolo italiano legato alla microscopica crescita – di appena qualche decimale – del Pil nazionale, per stare sul pezzo si era visto costretto a convocare la direzione del Pd. Una mezza giornata di chiacchiere e annunci, che il cosiddetto “giglio magico” avrebbe saggiamente dilazionato anche nei giorni e nelle settimane successive, in interviste e dichiarazioni sotto l’ombrellone tra un Daiquiri e un tuffo dove l’acqua è più blu. A rileggerle tutte, viene fuori una delle caratteristiche strutturali del renzismo inteso come arte della propaganda spacciata per politica. La diabolica capacità, cioè, di evitare il merito dei problemi – di qualsiasi problema – e il tentativo di dirottare l’attenzione su dettagli di contorno. Il discorso pubblico italiano è praticamente dominato da questa strozzatura logica, che gli organi di informazione replicano e amplificano all’infinito nel segno di una estenuata coazione a ripetere. Non era difficile prevedere che la montagna avrebbe partorito il topolino. Infatti: l’altra sera, a Porta a Porta, il segretario-premier ha, con consumata maestria, glissato sulle misure strutturali che dovranno riportare il Sud non in Europa, ma almeno in Italia. Limitandosi ad annunciare la riproposizione degli sgravi contributivi già varati con la legge di stabilità dell’anno scorso, e un credito d’imposta ad hoc per un paio di miliardi di investimenti. Del famoso “masterplan”, questa entità quasi metafisica evocata in tutti i proclami d’agosto, si intravede soltanto l’ombra: chissà, forse i tecnici che dovranno metterlo a punto non sono ancora tutti rientrati dalle ferie. La creazione di un’aspettativa, però, è una formidabile arma di propaganda. Fa molta scena e gonfia perfino il gradimento verso il premier e il governo. In realtà, dall’esecutivo insediato dalla Confindustria di Squinzi non c’è da aspettarsi molto. Qualsiasi economista potrebbe dimostrare che gli sgravi contributivi e il credito d’imposta, sia pure nella versione “extra large” annunciata nel salotto di Vespa, sono pannicelli caldi, aspirine somministrate a un malato di polmonite che sta tirando le cuoia. Dati e indici alla mano le misure fatte intravedere e già sperimentate non hanno arrestato, per esempio, la caduta di valore aggiunto dell’industria meridionale che, come dimostra uno studio del Cerpem di Bari realizzato per conto della Fondazione Mezzogiorno Tirrenico, si è ridotto di circa il 30% nel solo periodo compreso tra il 2007 e il 2013. Tuttavia le analisi economiche non fanno per Renzi. Egli appare quotidianamente impegnato nel titanico sforzo di ripristinare il primato della politica, dopo gli anni dei poteri sostitutivi: dalla magistratura all’economia finanziarizzata. Non importa se, per uno strambo corto circuito, proprio quest’ultima risulta essere, in particolar modo rispetto al nodo Mezzogiorno, la sua migliore e più fedele alleata. Il Sud, con la sua economia di risulta, a metà strada tra l’illegalità elevata a sistema e l’arte dell’arrangiarsi, come mercato per l’industria del Nord. E’ questo il disegno strategico dell’attuale gestione confindustriale, che a Cernobbio la settimana scorsa ha celebrato la propria apoteosi, con la benedizione finale del premier: legare l’uscita dalla recessione esclusivamente alla crescita dell’economia al di sopra del Garigliano. Renzi  e la leadership di Confindustria, che marciano di conserva (forse bisognerebbe ricordare più spesso che il governo Letta, fu sfiduciato innanzitutto in viale dell’Astronomia), sorvolano volentieri sull’ormai trentennale mancanza, in questo Paese, di una seria politica industriale. Il primo perché è un improvvisatore, la seconda perché un eventuale allargamento della base produttiva rimetterebbe in discussione i rapporti di forza all’interno del provincialissimo capitalismo di casa nostra. Ridimensionando, nel contempo, la competitività dell’apparato produttivo del centro nord. E’ un fatto che l’emergenza Sud stimola la riflessione del sindacato, che proprio l’altro giorno ha convocato (con scarsi risultati) i governatori meridionali a Potenza, ma non quella della maggiore associazione datoriale. Ed è senz’altro un cerchio che si chiude: tutto deve rimanere immutato sotto il cielo del Mezzogiorno. Aspettando le meraviglie del masterplan.

MASSIMILIANO AMATO

sud

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