La questione socialista

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26 agosto 2015 di Massimiliano Amato

Con “questione socialista” si soleva indicare, fino a circa una decina di anni fa, una purtroppo infruttuosa discussione sviluppatasi nei settori più avvertiti e avanzati della sinistra sulla grande anomalia italiana: la mancanza, cioè, di una grande forza in grado di raccogliere, sotto la bandiera della più antica “ditta” politica del nostro Paese (1892), tutto il mondo progressista, o buona parte di esso. Fenomeno, questo, assolutamente scontato già da più di mezzo secolo nelle grandi democrazie europee. Benché privo di esiti politicamente convincenti, fu un dibattito bello e appassionante, che mobilitò le migliori intelligenze del mondo post comunista (da Macaluso, a Napolitano, allo stesso D’Alema) e, naturalmente, i sopravvissuti della diaspora del Garofano: da Claudio Martelli a Giuliano Amato, a Rino Formica, al gruppo milanese raccolto intorno alla storica “Critica sociale” turatiana. Le cose sono andate come sappiamo: il Pd, con la sua indeterminatezza politica e programmatica che Renzi ha cercato di mascherare con la frettolosa e abborracciatissima adesione al Pse, è andato (e va) nella direzione esattamente opposta a quella auspicata da chi animò quel dibattito; i socialisti trasmigrati nel centro-destra durante il periodo della persecuzione giudiziaria sono diventati culturalmente e politicamente “altro” rispetto alla tradizione dalla quale provenivano (e non poteva essere altrimenti); negli ultimi anni, a sinistra, è nata una microscopica formazione che ha ereditato le insegne della storica ditta ma che, dietro la suggestione identitaria, si è rivelato un club semiesclusivo di aspiranti notabili e rampanti in carriera mai andato oltre l’1% in termini di consenso elettorale. Oggi in via di sommaria liquidazione nel Partito della nazione a cui sta lavorando il segretario – premier con la benedizione di qualche stagionato maître à penser post comunista. Mentre in Italia accadeva tutto ciò, peraltro, il socialismo europeo si infilava nel lungo e buio tunnel di una crisi devastante. Crisi d’identità, di valori, di prospettiva politica, che tuttora perdura e fa ritenere improcrastinabile l’avvio di un processo di rifondazione del Pse. Pena la definitiva affermazione del pensiero unico mercatista e neoliberista, di cui alcune correnti del socialismo europeo (il blairismo innanzitutto, ma anche e per molti versi l’hollandismo, per non parlare delle posizioni assunte, di fronte al possibile default della Grecia, dalla Spd) rappresentano ormai affluenti tutt’altro che secondari. La “questione socialista”, dunque, si pone oggi in termini radicalmente nuovi rispetto a qualche anno fa. Bisognerebbe tenerne conto ogni volta che si tenta di riesumarla, e sotto qualsiasi latitudine. Non basta, come pure con fanciullesco entusiasmo è avvenuto a Salerno durante i sonnacchiosi giorni di metà agosto, quando notoriamente i giornali hanno pochissime notizie e troppe pagine da riempire, ipotizzare un nostalgico rassemblement per rilanciarla. Al culmine del loro ciclo storico, tra la seconda metà degli anni Ottanta e l’inizio del decennio successivo, i socialisti salernitani arrivarono a percentuali incredibili. Un salernitano su tre votava Psi: fu una crescita impetuosa che annichilì democristiani e (soprattutto) comunisti, spianando la strada ad un coraggioso e innovativo modello di governo della città capoluogo e di moltissimi centri della provincia. Un modello all’interno del quale si fece le ossa l’attuale primo cittadino, Enzo Napoli (che nel 1992 sfiorò per una manciata di voti l’elezione al Senato nel collegio di Salerno centro), e che accompagnò l’ingresso in politica di una parte della classe dirigente che successivamente avrebbe raccolto l’eredità delle giunte guidate dall’indimenticato Vincenzo Giordano, l’ultimo sindaco galantuomo di Salerno. Tanto il capo staff che il responsabile della segreteria politica del neogovernatore della Campania, tanto per fare due esempi molto vicini nel tempo, mossero i primi passi in quel Psi, il cui leader incontrastato era Carmelo Conte, ministro delle Aree Urbane e, per un lungo periodo, responsabile Mezzogiorno della segreteria nazionale. Con la caduta di quel modello, su cui sarebbe forse necessario un approfondimento in sede di ricerca storica, i socialisti salernitani si divisero in quattro tronconi. Una parte ruppe con la sinistra, ormai presidiata solo dai succedanei del Pci (Pds e Ds), mantenendo però una propria autonomia (nel 2001 Giordano presentò la propria candidatura a sindaco con la lista del Nuovo Psi, differenziandosi però dal centro-destra ufficiale che candidò Aniello Salzano), un’altra parte restò a sinistra, ed è ancora oggi attestato su posizioni di totale alternativa e di critica radicale al sistema di potere cittadino nato nel 1993. Un terzo troncone rimase a presidio della ridotta identitaria, barcamenandosi tra tentativi (riuscitissimi) di integrazione con il sistema e pulsioni autonomistiche, molte volte portate alla luce solo strumentalmente. Il quarto troncone, il più robusto, si “consegnò” al sistema, diventandone parte integrante, arrivando talvolta ad assumere anche posizioni di grande responsabilità nel circuito delle partecipate e del sottopotere municipale. Arrivare ad ipotizzare che basti incollare questi pezzi dispersi e sperduti di ceto politico per arginare l’ultima, definitiva, deriva del sistema, ora che esso vira verso il nepotismo più sfacciato e il familismo amorale, è operazione finanche divertente. Ma assolutamente irrealistica. Ma si sa: ad agosto il demone meridiano è sempre in agguato…

MASSIMILIANO AMATO

LAPRESSE - CRAXI - © INTERNATIONALPHOTO/LAPRESSE 23-05-1987 PARMA  POLITICA NELLA FOTO : BETTINO CRAXI  PARLA AL COMIZIO SOCIALISTA

LAPRESSE – CRAXI – © INTERNATIONALPHOTO/LAPRESSE 23-05-1987 PARMA POLITICA NELLA FOTO : BETTINO CRAXI PARLA AL COMIZIO SOCIALISTA

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