Il gioco dell’oca

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19 agosto 2015 di Massimiliano Amato

Non abbiamo certezze, al massimo probabilità, amava ripetere Renato Caccioppoli, genio ribelle napoletano che con un lapidario paradigma matematico inchiodava la conoscenza allo schema cartesiano del “dubito ergo sum”, il dubbio come radice stessa dell’esistenza in vita. Ma né Descartes, né Caccioppoli farebbero salti di gioia di fronte alle incognite e alle incertezze che popolano il quadro della ripresa autunnale, significativamente annunciata dalle inondazioni degli ultimi giorni. Con l’estate si è definito un ciclo politico che ha avuto come cifra rilevante l’assestamento (attenzione: assestamento, non consolidamento) di due modelli, quello rappresentato dal segretario – premier a livello nazionale e quello impersonato dal neo presidente della Regione a livello locale, con moltissimi punti in comune, e perciò stesso destinati, più che a integrarsi, a diventare competitivi tra loro. Il conflitto nasce dalla circostanza che il terreno di confronto (e di scontro) è rappresentato da un partito, il Pd, privo di classe dirigente diffusa. In cui la regola prima e prevalente sembra essere, per usare un termine mutuato dal linguaggio giudiziario, l’avocazione di qualsiasi scelta strategica al livello superiore. Rappresentato dal leader: uno, incontrastato e indiscusso (nonché indiscutibile). Che tipo di ricaduta potrà avere, già di qui a quindici giorni, questa tensione latente sulla disastratissima situazione campana è la più grossa delle incognite che grava sulla ripresa. L’impressione è che Roma si muova secondo la logica del commissariamento felpato, strisciante. Se n’è avuta conferma appena ieri, con le nomine che il ministro dei Beni culturali ha fatto ai vertici del Parco Archeologico di Paestum, della Reggia di Caserta, dell’Archeologico di Napoli e di Capodimonte. Nessuna di esse è stata mediata con i livelli territoriali di governo. Cosa che era accaduta anche per la designazione del nuovo presidente della Fondazione Ravello, dove però l’indicazione di un nome non del tutto sgradito al neo governatore regionale ha disinnescato in anticipo ogni possibile conflitto. Le partite più importanti che si apriranno di qui a qualche settimana sono due: inutile dirlo, Bagnoli, e l’abbinata rifiuti – bonifiche ambientali. Sulla prima, l’orientamento del governo centrale sembra chiaro: l’incarico di commissario straordinario andrà ad un supermanager di fiducia del premier. Il nome, come tutti sanno, è quello di Salvo Nastasi, che a quanto pare dovrà guidare il processo di riqualificazione dell’ex area Italsider dell’estrema periferia occidentale di Napoli da una cabina di regia saldamente insediata a Palazzo Chigi, dove (è notizia di questi giorni) l’ex commissario straordinario del Teatro San Carlo andrà a ricoprire il prestigioso e onerosissimo ruolo di vice segretario generale. Ma se su Bagnoli si manterrà a bassa intensità, sull’abbinata rifiuti-bonifiche ambientali il conflitto potrebbe sfociare in guerra guerreggiata. Finora  la scena è stata occupata per intero dal governo regionale. E le prime mosse avranno non poco imbarazzato l’inquilino di Palazzo Chigi. La trovata di bruciare le eco balle nei cementifici, a partire da quello salernitano di Cupa Siglia, era e resta un ballon d’essai lanciato lì, tanto per produrre un po’ di rumore e poi, come diceva la famosa canzone di Jannacci, vedere di nascosto l’effetto che fa. Un pessimo effetto, questo è poco ma sicuro. I rifiuti e le bonifiche ambientali sono nervi sensibili, e scopertissimi. Innanzitutto per le pesanti sanzioni che l’Italia dovrà pagare, che influiranno non poco sia sulla consistenza della dotazione finanziaria che l’Europa riconoscerà alla Campania nell’ambito della riprogrammazione delle risorse comunitarie, sia sulla cosiddetta quota di cofinanziamento nazionale degli stessi progetti, che potrebbe drasticamente ridursi. Ma la questione è terreno scivoloso anche per altri due, fondamentali, motivi: le infiltrazioni, ormai provate, nel settore delle più importanti consorterie criminali campane, e le triangolazioni sospette tra queste ultime, ambienti economici apparentemente cristallini e pezzi della politica. E’ molto probabile quindi che, per evitare altri disastri annunciati, anche in questi settori Palazzo Chigi decida di fare a meno (mettiamola così) del contributo dei livelli territoriali di governo. Le sanzioni europee costituiscono un alibi eccellente. Un po’ meno gratificante è la prospettiva della riesumazione dello strumento commissariale, che la Campania ha già abbondantemente sperimentato. Su questo scenario, che segna un’ulteriore emarginazione della politica, incombe la più grave e pericolosa delle incognite: la pronuncia della Consulta sulla incostituzionalità della legge Severino, attesa per ottobre. Niente è da escludere, nemmeno un ritorno, come nel gioco dell’oca, alla casella di partenza.

MASSIMILIANO AMATO

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