Arsenico e vecchi tromboni

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12 agosto 2015 di Massimiliano Amato

A Stefano Caldoro, che non ha mai nascosto insospettabili sintonie con il segretario – premier, non è sfuggito il cuore dell’intervento con cui Matteo Renzi ha concluso l’inutile riunione della Direzione del Pd di venerdì scorso. Questo: “Assumo l’intervento di Francesco Pigliaru come strategia per il Mezzogiorno”. L’ex governatore interpreta quella frase come una presa di distanza del capo del governo dal decadente e anche un po’ stucchevole trombonismo delle ricette, sempre le stesse, con le quali il neopresidente della Campania e quello della Puglia, per non tacer del governatore della Basilicata, si sono presentati al Nazareno. Probabilmente esagera: non è che a Pigliaru, che di mestiere fa il governatore della Sardegna, la notte prima della Direzione sono andati in sogno Pasquale Saraceno o Guido Dorso i quali, anziché un bel terno al lotto, gli hanno suggerito quella che un tempo si sarebbe chiamata “la linea”. Tutt’altro. A parte qualche lodevole intuizione, anche il suo intervento va generalmente inscritto nel nulla cosmico di un dibattito asfittico, scontato e rituale di cui non si avvertiva minimamente la necessità, ma che un partito senza programmi e senza uno straccio d’idea ha voluto fare lo stesso. Con grande sprezzo del ridicolo, considerato che si era al 7 agosto, e gran parte del Paese stava chiudendo le valigie per l’esodo estivo. A differenza degli altri suoi colleghi però Pigliaru, che Renzi impose a dispetto dei santi non esitando a usare la clava del giustizialismo per bruciare la candidatura della legittima vincitrice delle primarie sarde (colpita, ahilei, da un modestissimo avviso di garanzia: la prossima volta si faccia almeno condannare in primo grado) ha un pregio. Non può essere iscritto alla categoria dei notabili, razza di cui Renzi si è abbondantemente servito per consolidare la leadership nel partito e nel Paese, ma con la quale ha evidentemente inaugurato (e non poteva essere altrimenti) ­quella che si annuncia già come una cruenta resa dei conti, dall’esito imprevedibile. Finora i notabili democrat meridionali con i loro verticistici sistemi personali e le loro efficientissime macchine clientelari, nel costituire il più serio ostacolo alla ripresa economica, civile e sociale del Mezzogiorno, hanno permesso a un partito nato dalla semplice confluenza di apparati di potere di evitare la lunga e faticosa fase della costruzione della propria presenza sul territorio. Fase che, solitamente, è contraddistinta da due elementi: la lotta politica e il dibattito delle idee. Poesia (o filosofia) secondo l’impostazione ferocemente pragmatica dell’intellettuale “neogobettiano” che una sparuta minoranza di campani (il 29% degli aventi diritto complessivi) ha eletto al vertice di Palazzo Santa Lucia. La lotta politica e il dibattito delle idee, infatti, sono rispettivamente il nemico numero uno e numero due della logica della gestione del potere: per cui anche la posizione dello statista più importante di Ruvo del Monte ha un suo, ovviamente perverso, coefficiente di rispettabilità. Che una simile strategia fosse di cortissimo respiro (e soprattutto esponesse la leadership nazionale al giochetto del ricatto permanente dei capibastone locali) se n’erano già accorti tutti i precedenti segretari che però hanno, un po’ per pigrizia e molto per convenienza, lasciato incancrenire la situazione. Condannando il partito, il Sud e, tutt’insieme il partito del sud, al loro miserabile destino. Ora si farebbe un torto gigantesco alla sua levantina furbizia (non l’intelligenza: quella è un’altra cosa) a pensare che Renzi non fosse consapevole del rischio che correva. Il suo istinto animalesco, che non è certamente la sagacia politica dei suoi avi democristiani ma qualcosa che ha a che fare con l’odore del sangue (e del potere), gli suggerisce che i rais meridionali adesso costituiscono una minaccia. Non può sfidarli in campo aperto perché potrebbe rimetterci le penne. Non può più nemmeno blandirli con le promesse. In buona parte del Mezzogiorno peninsulare i suoi plenipotenziari sono schiacciati dai sistemi di potere locali. La Campania è un caso esemplare: i membri del cosiddetto “giglio magico” contano come il due di coppe quando la briscola è a bastoni. Nel tenersi tutto sibi suisque, il neogovernatore ha “foderato” di Pd la sua monarchia assoluta. Ma si tratta di un rivestimento esterno, appunto: a prima vista sembra soltanto un monocolore, in cui sono rappresentate tutte le vecchie correnti. Ma, con chirurgica precisione, è stato evitato che i “leopoldini” della prima e di tutte le ore assumessero, fin dalla fase della compilazione delle liste, un qualsiasi rilievo politico o di potere. E’ a questa situazione che, comprensibilmente, Renzi guarda con preoccupazione crescente. Tutto lascia prevedere che il braccio di ferro tra il Nazareno e il notabilato meridionale, ancora fortissimo ma culturalmente e politicamente decrepito, caratterizzerà la nuova legislatura regionale. In Campania, in Puglia, per quel che ne rimane in Basilicata e Calabria, in Sicilia. Con contrapposizioni ora nette, ora più sfumate, tutte comunque strumentali, tra livelli territoriali di governo e livelli nazionali. E Pigliaru, poveretto, più che l’alfiere del nuovo meridionalismo democrat, sarà solo uno strumento. Uno dei tanti di cui Renzi, al quale del Meridione evidentemente non può fregar di meno, si servirà in questa guerra, con la spregiudicatezza che lo contraddistingue.

MASSIMILIANO AMATO

Francesco Nicodemo (s),  delega alla cultura, e Chiara Braga, delega all'Ambiente, durante l'Assemblea nazionale del Pd a Milano, 15 dicembre 2013. ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

Francesco Nicodemo (s), delega alla cultura, e Chiara Braga, delega all’Ambiente, durante l’Assemblea nazionale del Pd a Milano, 15 dicembre 2013.
ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

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