Fumo con la manovella

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5 agosto 2015 di Massimiliano Amato

Matteo Renzi continua a gestire con molta spregiudicatezza il doppio ruolo di segretario del maggiore (e più strutturato) partito italiano e di capo del governo. Ha furbescamente allestito un sistema di vasi comunicanti e, a seconda delle convenienze, convoglia nell’una o nell’altra direzione (il Pd e/o Palazzo Chigi) il corso delle emergenze che via via gli si parano davanti. Quella del Sud che cresce meno della moribonda Grecia, impietosamente sottolineata dal rapporto Svimez, pur essendo materia di esclusiva pertinenza dell’esecutivo, è stata dirottata al Nazareno. E il perché non è difficile da capire: questo governo non ha la più pallida idea di come e con quali strumenti affrontare la tragedia di quel terzo del Paese che tutti gli indicatori economici – tutti – spingono sul ciglio del Terzo Mondo. Nelle democrazie maggioritarie d’Occidente, dove cioè il capo della formazione politica elettoralmente più forte e il primo ministro sono la stessa persona, a nessun leader passerebbe per la testa di demandare temi del genere alla direzione del partito. La disparità di comportamento in situazioni del genere fa la differenza tra uno statista e un propagandista senza idee, per di più in campagna elettorale permanente. Ha fatto quindi bene Franco Tavella, segretario della Cgil campana, a richiamare il premier ai suoi doveri istituzionali. In realtà la convocazione della Direzione monotematica sul Mezzogiorno per il primo venerdì d’agosto, giorno che tradizionalmente segna l’inizio delle vacanze estive per due terzi del Paese, dà il segno preciso del disinteresse, dell’approssimazione, dell’improvvisazione con cui Renzi e i suoi affrontano, (ma sarebbe meglio dire non affrontano) la questione meridionale. D’altro canto, basta passare in rassegna le reazioni che il rapporto Svimez ha scatenato per rendersi conto che essa è vissuta con grande fastidio nel cosiddetto “cerchio magico”. Rappresentando un “buco nero” di inusitata profondità, il default conclamato del Sud rovina infatti lo storytelling del Paese che si sta rimettendo in piedi grazie alle riforme e altre banalità del genere. Con le catastrofiche stime ancora fresche di stampa, uno dei plenipotenziari napoletani che da qualche tempo gioca a fare il meridionalista (inanellando imbarazzanti figuracce a mezzo stampa e social media e facendo rivoltare nella tomba un po’ tutti, da Gramsci a Salvemini, da Dorso a Rossi Doria) si è affrettato a twittare un accorato de profundis per lo storico istituto di ricerche. Il tiro è stato appena un po’ corretto a distanza di qualche ora, quando si è fatta strada la consapevolezza che continuare a prendersela con lo Svimez non solo era inutile, ma cominciava ad essere dannoso per l’immagine del governo e del partito. I cannoni di Repubblica hanno fatto il resto, nonostante la bizzarria della tesi secondo la quale anche le mafie avrebbero abbandonato il Sud. Falso, anzi un’altra infondata esagerazione, l’ennesima del noto scrittore: le mafie non sono mai state così presenti e pervasive, essendosi sostituite quasi del tutto all’economia legale (è questa la ragione per cui nessuna sanguinosa jacquerie minaccia l’ordine costituito; le cosche e i clan fanno redistribuzione e si sono trasformati in fattori, a questo punto inestirpabili, di stabilizzazione sociale). L’insofferenza governativa per il tema, tuttavia, è riemersa nelle parole che il premier ha pronunciato a Tokyo, dove ha ripescato la teoria del Sud che si piange addosso per non rimboccarsi le maniche. Polemica vecchia quanto il cucco, che oltretutto rappresenta da decenni il più comodo e scontato alibi per classi dirigenti incapaci, inette o parassitariamente aggrappate al sottosviluppo del Mezzogiorno. La Direzione di venerdì è dunque fumo con la manovella. Propaganda. Comunicazione. Non c’è politica, non ci saranno idee, se non quella dell’esigenza, già rilanciata dalla Guidi, la ministra di Confindustria, d’un “nuovo Piano Marshall”. Espressione, questa, che non significa assolutamente niente, visto che i vincoli europei di bilancio e il mantenimento dell’equilibrio deficit – pil inibiscono per parecchi anni a venire ancora la possibilità di un aumento dei trasferimenti statali alle amministrazioni meridionali. E quindi, chi dovrebbe intervenire? Gli Usa, come nel dopoguerra? Suvvia. La sapiente commedia degli equivoci organizzata dal premier – propagandista e dalla sua corte dei miracoli di Sant’Andrea alle Fratte, servirà però a stornare lo scabroso (e fondatissimo) sospetto che il Pd sia tra i soggetti meno indicati per fornire soluzioni e ricette per il Sud. Per la semplice ragione che esso è parte non irrilevante del problema. Eccezion fatta per la Sicilia in un lungo periodo e la Campania per la parentesi Caldoro, il Pd (e i suoi antenati più prossimi: l’Ulivo e l’Unione) è stato, negli ultimi due decenni, ceto di governo dominante al Sud. E, di fronte alle condizioni di sottosviluppo civile, sociale ed economico che andavano progressivamente aggravandosi, ha costruito non modelli di governo, ma sistemi di potere. Spesso spietati e personalistici, giacché sono arrivati a riprodurre sul piano istituzionale i paradigmi, le dinamiche e perfino una parte dei comportamenti dei sistemi criminali che strangolano ogni prospettiva di rinascita del Meridione. Nel corso del suo travagliatissimo processo di costruzione, tuttora in corso, al Sud il Pd ha sciaguratamente deciso di imboccare una serie di scorciatoie che hanno impedito la nascita di una classe dirigente diffusa e l’affermazione di una nuova cultura di governo. L’hanno fatto tutti i segretari: da Veltroni a Renzi, passando per Bersani e gli altri “reggenti”. Alla più rilevante di queste scorciatoie, i capibastone, tanto necessari per il consolidamento elettorale quanto deleteri sul piano culturale e politico-programmatico, tutto il partito resta aggrappato. Venerdì con ogni probabilità saranno loro, i neopresidenti di Puglia e Campania, ma anche quello della Basilicata, accomunati dalla cifra della gestione del potere, a fare la parte del leone. In un gioco di accattivanti paradossi in cui a trionfare sarà il vecchio gattopardismo meridionale: tutto deve cambiare affinché nulla cambi. Poi, tutti al mare. E l’ultimo chiuda la porta.

MASSIMILIANO AMATO

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