Il ritorno dei guardamacchine

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29 luglio 2015 di Massimiliano Amato

Dev’essere un fenomeno che si colloca suppergiù all’incrocio tra i ripetuti, sinistri, scricchiolii di un sistema tardo sovietico che sembrava incrollabile, quello delle cosiddette “società miste”, e i morsi della lunghissima crisi economica e occupazionale. Fatto sta che direttamente dal Mesozoico, quando i salernitani per dirla con Maurizio Crozza cacciavano i delfini con le lance e dappertutto piovevano pezzi di cadavere, sono riemersi i parcheggiatori abusivi. I guardamacchine, categoria così negletta e ripugnante nella retorica di regime da essere adoperata, durante gli anni ruggenti, per definire la sparuta e sperduta pattuglia di oppositori ma, soprattutto, gli intellettuali del dissenso. Sono tornati, esercito di zombie che fanno ripiombare la città europea nei suoi incubi pre-civilizzazione, spazzati via dalla pianificazione strategica delle strisce blu e dalle falangi di ausiliari del traffico. Impettiti nelle loro pettorine, simbolo di una straordinaria promozione sociale, unica nel mondo post comunista, che aveva come riferimento e orizzonte luminoso il ’29, la trasformazione di milioni di miserabili servi della gleba in kolchoziani orgogliosi custodi della rivoluzione bolscevica. Ora le pettorine battono in ritirata: problemi economici, trapela tra le fitte maglie del riserbo poliziesco. Lo sciopero di qualche giorno fa, riferiscono le cronache, ha avuto il 100% di adesioni. Un segno dei tempi. Come la ricomparsa a sorpresa dei “dotto’,  una cosa a piacere”. A Mercatello. All’Arbostella. A Pastena. Al centro. Nella zona di Fratte. Perfino nell’area riservata di un grande magazzino a San Leonardo, dove il parcheggio sarebbe, è, un atto di cortesia al cliente. Li vedi da lontano che sfidano eroicamente la canicola difendendosi con unti cappellini da baseball. La gestualità non è cambiata, l’approccio mellifluo nemmeno, a metà tra la pietosa captatio benevolentiae e l’avvertimento minaccioso (tipo: io ti ho offerto la mia protezione, se poi quando torni trovi la fiancata strisciata o lo specchietto divelto non so che dirti, guardavo da un’altra parte). Presidiano spesso pochissimi metri quadrati, microscopici francobolli di suolo pubblico sopravvissuti al mare di strisce blu. Quello che staziona a Pastena alle spalle di Villa Carrara mostra di avere buona fantasia: almeno quella, vivaddio. Gli fai notare che, sebbene ormai quasi invisibili, le odiate strisce blu ci sono, e che non hai nessuna voglia di pagare due volte l’obolo per pochi minuti di sosta. E lui con una incredibile faccia di bronzo ti racconta una storia inverosimile: “E che c’entra, non le hanno mai cancellate. Perché è vero, le fecero, ma poi gli abitanti – e con un gesto largo del braccio indica la corona di palazzi che fanno da sfondo – fecero un referendum”. Un referendum? gli fai notare: ormai sei caduto nel suo gioco. E per decidere che cosa? “Per decidere se tenerle o no. E vinsero quelli che erano contrari. Così il Comune ha dovuto togliere la sosta a pagamento. Se non mi credete, chiedete al tabaccaio di fronte: andate a vedere voi stesso, non vende più nemmeno i grattini”. Alla fine, esausto e per niente convinto della spiegazione, gli molli comunque un euro. Con la segreta paura che, appena ti sarai allontanato, sbucherà una pettorina di regime ad annotare il tuo numero di targa. Tutt’altra scena a San Leonardo. Arrivi nel parcheggio riservato (e gratuito) del grande magazzino dove devi comprare il flessibile della doccia che si è rotto e altre minuzie per la casa e te lo ritrovi davanti in short e maglietta ascellare, nerboruto al punto giusto, abbronzatissimo, cappellino d’ordinanza. Gli fai intendere che starai pochi minuti, che lì non hai mai pagato e non vedi perché dovresti cominciare a farlo proprio ora, che insomma non c’è trippa per i gatti e lui zitto, sembra rassegnarsi. Poi, all’uscita, con l’aria e il tono della comparsa che ruba battuta e scena al primo attore, prima ti fa fare manovra per uscire poi ti saluta deferente: “Arrivederci, dotto’… e ‘bbona jurnata pure a vvuie”, che non sai se ti ha voluto sfottere o ti ha appena lanciato una maledizione. “Una cosa a piacere” te la chiede anche l’omino di Fratte (non diciamo dove per evitargli problemi). Ha superato la sessantina, è vestito dignitosamente, ha lo sguardo basso. Forse arrotonda la magra pensione sociale. O forse non ha nemmeno quella, e magari ha appena perso il lavoro. Non gli dai niente per principio ma poi quegli occhi, e quell’espressione dimessa, te li porti dentro per tutta la serata. Istantanea fedele di una città pericolosamente in bilico tra lo stordimento causato dagli illusionismi di regime e una realtà durissima, che produce migliaia di esclusioni al giorno.

MASSIMILIANO AMATO

parcheggiatore-abusivo-1

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